II.
Il dottore aspettava ansioso, punto dalla curiosità di conoscere qualche cosa della vita passata della signora Ivaldi.
Quella signora, venuta da poco tempo ad abitare il villino delle rose, lo interessava; la conosceva poco, ma la trovava diversa dalle altre, e indovinava, nella vita di lei, qualche cosa di occulto e di misterioso da risvegliare in lui il desiderio di conoscerla più intimamente.
Era stato accolto dai nuovi proprietarii del villino delle rose, più come amico che come medico. Del signor Ivaldi sapeva che aveva fatto fortuna in paesi lontani, e aveva acquistato quel villino per godervi un po' di pace e di riposo. La conversazione della signora Carlotta gli riusciva piacevolissima, e passare con lei qualche ora del pomeriggio, seduto sul terrazzo che dominava il lago, andava diventando per lui una delle consuetudini più gradite.
— È una storia molto dolorosa la mia, — disse la signora Ivaldi, — se mi promette di ascoltarla senza annoiarsi troppo, gioverà forse a calmare il mio spirito molto turbato in questo momento.
— Tutto m'interessa quello che la riguarda, racconti pure, — disse il dottore.
La signora chinò la fronte e si coperse gli occhi colla mano come per concentrare le idee e incominciò:
— Avevo vent'anni e la mia anima era piena di poesia e di fede nell'avvenire.
Mio padre morì giovane e rimasi con mia madre quasi povera. Si viveva a stento d'una piccola pensione in una piccola casa posta presso alla riviera di Rapallo. La mamma si lagnava della sua triste sorte e di non potermi offrire una esistenza più agiata e più ridente. A me invece pareva d'esser ricca, la balda giovinezza mi gorgogliava nelle vene e avevo davanti a me il mare immenso che mi dava una specie d'ebbrezza e mi parlava un linguaggio che mi era famigliare e di cui io sola conoscevo il senso recondito. Mi pareva la voce d'un amico. Io ero una solitaria, una specie di selvaggia, e più che colle persone mi sentivo legata colle cose che mi circondavano.