— Mamma, tu non sei ragionevole, io non ti riconosco più, non mi sembri più la donna superiore che mi permise di dedicarmi a studii severi e virili. Perchè vorresti togliermi ora quell'indipendenza di volontà che tu stessa m'hai insegnato ad apprezzare? È vero; la mia scienza avrebbe potuto consolarmi della mancanza della famiglia, e non avrei pensato a scegliermi un marito, nè accettato il primo venuto, se il caso non mi avesse fatto conoscere l'ingegnere Lodovico Arcelli. È un uomo superiore, ricco, simpatico, intelligente, e lo amo con tutta l'anima mia.

— Tu che hai studiato medicina, sai meglio di me a qual pericolo ti esponi, — disse la signora Verganti, — tu sai bene che Lodovico è pazzo.

— Mamma, non è vero, e mi meraviglio che tu raccolga questa vile calunnia dei suoi nemici. Una mente così equilibrata, che scioglie i problemi di matematica più difficili, che ora sta studiando un metodo nuovo e semplice per trasportare la energia a grandi distanze, via: non è possibile! Io, vedi, ho frequentato le case dove regna la pazzia e credo di saperne qualche cosa; se Lodovico è pazzo, lo siamo tutti!

— Allora è ammalato, — soggiunse la signora Verganti; — hai udito quello che hanno detto di lui i tuoi colleghi; m'hanno fatta la descrizione di quel suo male misterioso, terribile, che fa tremare i più forti, pensa a quello che fai.

— Io non ho paura.

— Almeno, Valentina, fallo per la mia tranquillità, rinuncia a questo matrimonio.

— No, mamma, sono decisa, e tu non inquietarti inutilmente, mostrati forte, come quando il babbo partiva per andare alla guerra, che lo salutavi colla faccia sorridente, per non togliergli il coraggio, e pure avevi il pianto nel cuore; io mi sento figlia del colonnello Verganti e non tremo. Mamma, su allegra; ti assicuro che non ci saranno nè morti, nè feriti, ed ora non parliamone più.

Riprese il libro, ma il suo pensiero era molto lontano. Pensava alla decisione presa, all'uomo al quale era alla vigilia di legarsi indissolubilmente, contro il consiglio delle amiche, della madre, di tutti! Infatti una malattia incomprensibile, fatale, tramutava il più compito degli uomini in una belva furibonda; quel male lo coglieva sempre alla medesima ora, poi si dileguava improvvisamente senza lasciare alcuna traccia. I medici non erano riusciti a spiegarlo e nemmeno a dargli un nome. Chi diceva trattarsi di sonnambulismo, chi di epilessia, ma non sapevano nulla di preciso; avevano tentato molte cure, fra le altre, l'idroterapia, l'ipnotismo, l'elettricità; tutto inutilmente.

Valentina conobbe l'ingegnere Arcelli quando faceva la cura elettrica nel gabinetto del suo professore. Sentì subito una viva simpatia pel giovine, e un forte desiderio di studiare quel male misterioso e tentarne la guarigione.

Egli non ignorava il suo male, e ciò lo rendeva malinconico, avvilito, quasi umiliato; parlava poco, viveva solitario, tutto immerso negli studii, che avevano già fatto conoscere il suo nome nel mondo; era alto, pallido, aveva la voce melodiosa, i modi signorili, e un'espressione di dolcezza diffusa intorno agli occhi stanchi che lo rendeva simpatico.