Valentina lo vide la prima volta seduto, isolato sulla poltrona elettrica, mentre il professore, toccandolo coll'elettroforo, faceva scattare scintille da tutto il suo corpo, ed essa era incaricata di regolare l'intensità della corrente.
Pei primi giorni si scambiarono poche parole, poi la giovane medichessa gli chiese del suo male, tentò d'infondergli qualche speranza di guarigione.
— È terribile, — egli diceva, — è come una morsa di ferro che mi soffoca e mi strazia, un incubo da cui non posso liberarmi. Sono molto ammalato. — E crollava il capo come chi non ha più speranza.
Valentina incominciò a provare per lui una gran compassione, volle visitarlo minutamente e lo assicurò che nessuna lesione aveva nell'organismo, e si convinse che il male era legato a quei fili misteriosi che si chiamano nervi e che sarebbe guarito.
Le parole della fanciulla erano per lui una musica soave che più della corrente elettrica faceva vibrare tutto il suo essere, e il pensiero che finita la cura non l'avrebbe più riveduta, era per lui altrettanto spaventoso, quanto l'idea della sua malattia.
Valentina, senza essere una bellezza perfetta, era molto piacente, aveva il viso aperto, gli occhi vivi, intelligenti e un'aria di bontà e di energia in tutta la persona che la rendeva affascinante. Essa leggeva nel cuore di Lodovico come in un libro aperto, sentiva la di lui ammirazione crescente e aspettava che le rivelasse il suo amore. Egli sospirava, si faceva sempre più triste, ma non aveva coraggio di parlare.
Solo un giorno egli disse che ogni gioia gli era negata, anche la speranza di formarsi una famiglia, perchè nessuna donna avrebbe voluto dividere la sua triste sorte.
— Dite delle sciocchezze, — gli aveva risposto Valentina, — ne volete una prova? Io sarei pronta ad essere la vostra compagna.
Il pallido volto del giovane s'illuminò a quelle parole, ebbe un lampo di gioia, poi crollò il capo, e porgendole la mano disse: