Il giardino che contornava la villa, scendeva in un dolce pendìo sulla strada costeggiante il lago; per ben dieci volte la signora Ivaldi discese e risalì quel declivio, sperando calmare col movimento l'agitazione del suo spirito, ma invano; pareva che tutto facesse aumentare il suo orgasmo. A momenti pareva pazza; nella sua voglia di agire le venivano al cervello delle idee strane; avrebbe voluto far allestire una delle automobili che aveva nella rimessa e correre all'impazzata per raggiungerlo, ma dove? a Milano? a Torino? a Firenze? E intanto non sarebbe venuta a casa qualche notizia? Era meglio aspettare. Guardò l'ora; non era ancora mezzanotte; pensò al tempo che mancava prima dell'alba ed ebbe il sentimento dell'eternità. Eppure fino al mattino non avrebbe potuto far nulla per sapere; era una cosa terribile per la sua impazienza.
Provò ad andare nella sua camera sperando di calmare i nervi nel fare i movimenti abituali; tentò di svestirsi lentamente, mettendo in ogni atto un tempo infinito per far passar l'ora; di tratto in tratto andava sulla terrazza che s'apriva davanti alla sua camera, e guardava il cielo tutto sparso di stelle, quasi implorando che quelle stelle che vedevano il mondo dall'alto, le mandassero qualche messaggio. Poi si coricò come di consueto, ma chiamò invano il sonno sulle sue palpebre stanche.
Si rammentò il sonnifero scrittole dal dottore. Era una forte dose di trional; la prese d'un fiato, ma il sonno tanto desiderato si fece aspettare.
Soltanto verso l'alba parve assopirsi, ma fu peggio; ebbe come un incubo, le pareva di vedere una schiera d'automobili d'ogni forma e colore scendere da un'alta montagna l'una dietro l'altra in una corsa vertiginosa; quelle dietro cozzavano impetuosamente con quelle che precedevano, nella fretta di correre non si vedevano più fino che ad un certo punto precipitarono tutte; alcune caddero nell'abisso profondo sbattendo nei macigni, altre rimasero sospese, aggrappate al monte come grappoli di ferrei congegni e le parve che una più pesante di tutte si staccasse dal masso, le fosse sopra e la schiacciasse togliendole il fiato.
Dovette fare uno sforzo sovrumano per togliersi a quel peso, si guardò intorno cogli occhi imbambolati, e nel rivedere ai tenui bagliori dell'alba la propria camera e gli oggetti famigliari, si rammentò la sua inquietudine e l'orribile visione le parve come un triste presagio.
Si alzò e aperse la finestra. La frescura del mattino le scese quale un refrigerio sulla fronte ardente; poi, dopo tanta tensione di nervi, ebbe quasi un momento di sollievo pensando che il giorno che spuntava l'avrebbe tolta alla sua terribile incertezza. Se era ancora turbata dall'orribile sogno, il sole che saliva lentamente sull'orizzonte e dileguava i vapori dell'alba, le pareva di buon augurio, ed il suo cuore rinasceva alla speranza.
IV.
La signora Ivaldi pensò che alle undici dovevano arrivare i giornali i quali avrebbero certo parlato della corsa automobilistica; intanto non si sentiva di aspettare inoperosa che il tempo passasse e mandò un telegramma al comitato promotore della corsa chiedendo notizie di Giorgio Ivaldi, con preghiera di rispondere subito al villino delle rose, presso Intra.
Poi ricominciò a girare su e giù per il giardino, aspettando; una nuova ansietà s'impadroniva del suo essere; temeva di sapere e aver la notizia d'una disgrazia avvenuta, e nello stesso tempo voleva uscire da quell'incertezza.