Essa lo avrebbe voluto sempre al villino, ma egli non voleva abbandonare il padre, nè villa Ada, dove si era fatto il suo laboratorio e dove aveva i ricordi d'infanzia. Però, quando sentiva il bisogno d'un po' d'affetto e di simpatia, correva al villino Giulia, nella casa allegra e piena di sole, dove si sentiva come riscaldato da un affetto sincero e dove il sorriso della zia lo incoraggiava alle confidenze e lo agguerriva per le battaglie della vita; ed egli le apriva l'animo suo, le narrava le sue speranze e le sue aspirazioni; ed essa stava in ammirazione ad ascoltarlo e si riprometteva di aiutarlo, se avesse trovato degli ostacoli a impedirgli di percorrere il suo cammino luminoso.

Pensando alle ore che le avrebbe dedicate, vere oasi della sua vita solitaria, cercava di render gaio il salottino arredato semplicemente con mobili di stile moderno, dalle linee corrette, severe e non tormentate da curve bizzarre. Erano di tinta verde‑chiaro, in gruppi di sedili e tavolini disposti sapientemente che invitavano al raccoglimento e alle intime conversazioni, e sui tavolini e sulle mensole erano disposti artisticamente vasi con bellissimi fiori, libri legati, giornali, riviste, e in un angolo una cesta piena di lavori femminili. Si compiaceva quando Ugo le lodava la disposizione dei mobili e, sdraiandosi sulle poltrone comode e soffici, diceva:

— Come si sta bene in questa pace! Come si riposa in questa casa amica e ospitale!

Essa pensava che, dopo tanti mesi di assenza, Ugo ritornava finalmente e sarebbe stata ancora orgogliosa di sentire ripetere quelle parole. Nella sua impazienza, le ore quel giorno le sembravano eterne; avea tentato di prendere in mano un lavoro, ma non poteva far nulla; prese un libro, ma il suo pensiero andava lontano, in uno scompartimento ferroviario che s'avanzava a tutto vapore verso la campagna lombarda; ogni tanto guardava l'orologio e contava le ore e i minuti che mancavano all'arrivo del treno.

Per passare il tempo, si fece portare il pranzo, e così passò una mezz'ora; poi andò a ravviarsi i capelli e ad aggiungere qualche fronzolo al suo semplice vestito di lana; e finalmente si coperse le spalle con una mantellina e si avviò verso villa Ada, il palazzo, come lo chiamavano i contadini, perchè era grande, maestoso, formato da un corpo centrale e due ali ai lati che sporgevano come due braccia verso il cancello che chiudeva l'ampio cortile, un vero casolare di campagna; e lo chiamavano così, per distinguerlo dal villino elegante di Giulia.

Quando la fanciulla fu davanti al cancello, la carrozza di casa Arlandi usciva per andare alla stazione; essa s'arrestò incerta se dovesse andare incontro al nipote, poi pensò che la signora Savina forse ci avrebbe trovato da ridire ed entrò in casa.

Una lampada pendeva dalla vôlta e illuminava la tavola, in una vasta sala piena di ombre. Intorno alla tavola, il signor Carlo leggeva un giornale, Mario con una matita in mano riempiva di geroglifici un volume illustrato. La signora Savina, con una cesta da lavoro accanto, con tanto d'occhiali sul naso, accomodava una giacchetta del figlio. Da brava donna di casa, aveva in mano continuamente un lavoro utile, che quasi sempre faceva terminare dalla cameriera.

Quando entrò Giulia, alzò gli occhi dal lavoro, e disse:

— Brava, in tempo per accogliere il figliuol prodigo.