AGIZIADE, LEONIDA, AGESISTRATA.

AGIZ. Padre, e fia vero?… a tradimento… Oh cielo!
Infra soldati il mio consorte?…

AGESIS. È questa
la tua fede, o Leonida?

LEON. Qual fede?
Che promisi? Giurato a Sparta ho fede,
non ad Agide mai.

AGIZ. Deh! padre amato,
alla tua figlia,… oimè!…

AGESIS. Spontaneo forse non uscia dell'asilo? e solo, e inerme, e di sua voglia, ei non venia di pace a parlamento or teco? E tu, dagli empj tuoi sgherri il fai nel carcer trarre? e contra il decoro di re, contra il volere di Sparta stessa?… Iniquo…

LEON. E pianti, e oltraggi, vani del par sono a piegarmi, o donne. Il primo io son de' magistrati in Sparta, non di Sparta il tiranno. Agide reo, gli efori e Sparta giudicarne or denno; innocente, tornarlo al seggio prisco gli efori e Sparta il ponno. Ov'ei si fesse del tempio asilo, o della plebe scudo, né innocente né reo possibil fora chiarirlo mai. Tempo è, ben parmi, tempo, che Sparta esca dall'orrido travaglio del non saper s'ella ha due re, qual debbe, o s'un glien manca.

AGIZ. Ah padre!… Agide in vita ti serba, e tu in catene Agide traggi? Gli dai tua figlia, e torgli vuoi sua fama? Anco reo, (ch'ei non l'è) tu ne dovresti pigliar, tu primo, or le difese. Io diedi non dubbia a te dell'amor mio la prova, nell'avversa tua sorte; or, nell'avversa d'Agide, a lui nulla può tormi: o in ceppi col tuo genero porre anco tua figlia, o trarne lui, ti è forza: abbandonarlo, per preghi mai, né per minacce io mai non vo'. Di lui non piglierai vendetta, che sopra me del par non caggia: il sangue versar tu dei di quella figlia istessa, che abbandonava, per seguirti in bando, la patria, e il trono, ed il marito, e i figli.

AGESIS. Oh vera figlia mia, non di costui!… Spartana figlia e moglie, a non spartano padre indarno tu parli.—Invidia vile, vil desio di vendetta il cor gli chiude, e il labro a un tempo.—E che diresti?… In core tu giurasti, o Leonida, l'intero scempio d'Agide, il so; tutti conosco gli empj raggiri tuoi. Ma, se pur darci morte potrai, (che la mia vita e quella del mio figlio son una) invan tu speri torre a noi nostra fama. A te la tua… Ma, che dich'io? l'hai tu?—Scopo non altro fu in te giammai, che di serbar col regno le tue ricchezze, e accrescerle. Dell'oro l'arte imparasti di Seleuco in corte, e l'arte in un di sparger sangue. In Sparta persian tu regni; e la uguaglianza quindi dei cittadin paventi, onde ben tosto ne sorgeria virtute; onde dal trono di nuovo espulso appien per sempre andresti: né il tuo cor osa a piú che al trono alzarsi.

LEON. Né le tue ingiurie l'animo innasprirmi, né le tue giuste lagrime ammollirlo possono omai. Sparta, non io, si duole d'Agide, e a darle di se conto il chiama. Forza non altra usar gli vo', (né s'anco il volessi, il potrei) fuorché di torgli ogni via di sottrarsi al meritato giusto gastigo…