Ner.
Io t'amo,
Poppea, tu il sai: di quale amor, tel dica
quant'io giá fei; quanto a piú far mi appresto.
Ma tu...
Poppea
Che vuoi? poss'io vederti al fianco
quell'odíosa donna, e viver pure?
poss'io né pur pensarvi? Ahi donna indegna!
che amar Neron, né può, né sa, né vuole;
e sí pur finger l'osa.
Ner.
Il cor, la mente
acqueta; in bando ogni timor geloso
caccia: ma il voler mio rispetta a un tempo.
Esser non può, ch'ella per or non rieda.
Giá mosso ha il piè ver Roma: il dí novello
quí scorgeralla. Il vuol la tua non meno,
che la mia securtá: che piú? s'io 'l voglio;
io non uso a trovare ostacol mai
a' miei disegni. — Io non mi appago, o donna,
d'amar, qual mostri, d'ogni tema ignudo.
Chi me piú teme ed obbedisce, sappi,
ch'ei m'ama piú.
Poppea
... Troppo mi rende ardita
il temer troppo. Oh qual puoi farmi immenso
danno! il tuo amor tu mi puoi torre... Ah! pria
mia vita prendi: assai minor fia il danno.
Ner.
Poppea, deh! cessa: nel mio amor ti affida.
Mai non temer della mia fede: al mio
voler bensí temi d'opporti. Abborro,
io piú che tu, colei che rival nomi.
Da' suoi torbidi amici appien disgiunta,
quí di mie guardie cinta la vedrai,
non tua rival, ma vil tua ancella: e in breve,
s'io del regnar l'arte pur nulla intendo,
ella stessa di se palma daratti.