Tigel.

Ei da gran tempo
t'ama, e tu nol conosci? Il suo rimorso
è il nuocer poco. — Or, credi, a piú compiuta
vendetta ei tragge Ottavia in Roma. Lascia
ch'opri in lui quel suo innato rancor cupo,
giunto al rio nuziale odio primiero.
Questo è il riparo al comun nostro danno.

Poppea

Securo stai? non io cosí. — Ma il franco
tuo parlar mi fa dire. Appien conosco
Nerone, in cui nulla il rimorso puote:
ma il timor, di', tutto non puote in lui?
Chi nol vide tremar dell'abborrita
madre? di me tutto egli ardea; pur farmi
sua sposa mai, finch'ella visse, ardiva?
col sol rigor del taciturno aspetto
Burro tremar nol fea? non l'atterrisce
perfin talvolta ancor, garrulo, e vuoto
d'ogni poter, col magistral suo grido,
Seneca stesso? Ecco i rimorsi, ond'io
capace il credo. Or, se vi aggiungi gli urli,
le minacce di Roma...

Tigel.

Ottavia trarre
potran piú tosto ove Agrippina, e Burro,
e tanti, e tanti, andaro. A voler spenta
la tua rival, lascia che all'odio antico
nuovo timor nel core al sir si aggiunga.
Ei non svelommi il suo pensier per anco;
ma so, che nulla di Neron l'ingegno
meglio assottiglia, che il timor suo immenso.
Roma, Ottavia chiamando, Ottavia uccide.

Poppea

Sí; ma frattanto un passeggiero lampo
può di favor sforzato ella usurparsi.
Ci abborre Ottavia entrambi: a cotant'ira
qual ti fai scudo? il voler dubbio e frale
di un tremante signore? A perder noi
solo basta un istante; a noi che giova,
se cader dobbiam pria, ch'ella poi cada?

Tigel.

Che un balen di favore a lei lampeggi,
nol temer, no: di Neron nostro il core
ella trovar non sa. Sua stolta pompa
d'aspra virtú gli incresce; in lei del pari
obbedíenza, amor, timor gli spiace;
quell'esca stessa, ove ei da noi si piglia,
l'abborre in lei. — Ma pur, s'io nulla posso,
che far debb'io? favella.