Infin che grida
di plebe ascolto, che il furor tuo crudo
col tuo timor rattemprano, t'è forza
soffrirmi ancora: e l'irritarti intanto
giova a me molto; e il farti udir sí il vero,
che al ritornar del tuo coraggio io cada
vittima prima: e, se me pria non sveni,
Ottavia mai svenar non puoi, tel giuro.
Io trar di nuovo, e a piú furore, io posso
la giá commossa plebe; appien svelarle
io posso i nostri empj maneggi: io, trarti,
piú che nol credi, ad ultimo periglio. —
Io di Neron fui consigliero; e m'ebbi
vestito il core dell'acciar suo stesso.
Io, vil, credei per compiacerti, o finsi
creder, (pur troppo!) del perduto trono
reo Britannico pria; quindi Agrippina
d'avertel dato; e Plauto e Silla rei
d'esserne degni reputati; e reo
di piú volte serbato avertel, Burro:
ma, reo stimai me piú di tutti, e stimo;
e apertamente, a ogni uom che udire il voglia,
in vita, e in morte, io 'l griderò. Tua rabbia,
sbramala in me; securo il puoi: ma trema,
se Ottavia uccidi: io te l'annunzio; tutto
sovra il tuo capo tornerá il suo sangue. —
Dissi; e dir m'importava. — A me in risposta
manderai poscia, a tuo grand'agio, morte.
SCENA TERZA
Nerone, Poppea.
Poppea
Signor, deh! frena il furor tuo...
Ner.
Tai detti
scontar farotti in breve. — Oh rabbia!... Oh ardire!
Finché non giungon l'armi, io son quí dunque
minor d'ogni uomo? Or da ogni parte ho stretta
di diversi rispetti: ad uno ad uno,
costor che a un tratto io svenerei, m'è forza,
con lunghi indugj, ad uno ad un svenarli.
Poppea
Oh quai punture al cor mi sento! oh quanto
meco mi adiro! Io son la ria cagione
d'ogni tuo affanno, io sola.
Ner.