MASSIN. Quí mi attendi, o Guludda.—A questo incontro non era io presto.
SCIP. E che? sfuggir mi vuoi? Io son pur sempre il tuo Scipione: indarno cerchi or te stesso altrove; io sol ti posso rendere a te.
MASSIN. Fuor di me stesso io m'era, certo, in quel dí, che di mia vita e onore traffico infame, onde acquistar catene, io fea con voi. Ma, la dovuta ammenda faronne io forse; e fia sublime. Allora vedrai, che appien tornato in me son io.
SCIP. Giá tel dissi; svenarmi, o Massinissa, anco tu puoi: ma, fin ch'io spiro, è forza che tu mi ascolti.
MASSIN. A ciò mi manca or tempo…
SCIP. Breve or tempo hai da ciò.—Ma omai, che speri? Ogni tua trama è a me palese: stanno furtivamente in armi entro lor tende i tuoi Numídi; impreso hai di sottrarre Siface, e in un…
MASSIN. Se tanto sai; se l'arti
d'indagator tiranno a tanto hai spinte,
ch'anco fra' miei chi mi tradisca hai compro;
a compier l'opra anche la forza aggiungi,
poiché piú armati hai tu. Presto me vedi
a morir, sempre; a mi cangiar, non mai.
SCIP. Scipion tu oltraggi; ei tel perdona. Ah! teco
spada adoprar null'altra io vo', che il vero;
e col ver vincerotti. La tua stessa
Sofonisba, che t'ama, (il crederesti?)
ella stessa svelare a me tue trame
appieno or dianzi fea…
MASSIN. Che ascolto? oh cielo!…
SCIP. Sí, Massinissa; io te lo giuro. Or dianzi, per espresso comando di Siface, fu dal suo padiglione ella respinta; quindi e rabbia e dolore a tal l'han tratta, ch'ogni disegno tuo scoprir mi fea.— Ma invano io 'l seppi: in tuo poter tuttora sta, se il vuoi, di rapirla. Abbiati pure suo difensor Cartagine; nol vieto: avronne io 'l danno; io, che l'amico e insieme la fama perderò. Ma, il ciel, deh! voglia, che a te maggior poscia non tocchi il danno!