SCENA TERZA
SCIPIONE, SIFACE.
SCIP. Resti ogni uomo in disparte. All'infelice re fora insulto ogni corteggio mio.— Siface, ove pur mai duol si potesse allevíar di vinto re, mi udresti parole or muover di pietá: ma nota m'è del tuo cor l'altezza, a cui novella piaga sarebbe ogni pietoso detto. Quind'io non altro omai farò, che trarti con la mia mano stessa i mal portati ferri: sgravar questa tua destra, io 'l deggio. Memore ancor son io, che questa destra, e d'amistade e d'alleanza in pegno, tu mi porgevi in Cirta.—Ma, che veggo? Sdegni il mio ufficio? e torvo immoto il ciglio nel suolo affiggi? Ah! se in battaglia preso Scipion ti avesse, ei d'altri lacci avvinto non ti avria, che de' tuoi, col rimembrarti la tua giurata fede. Or dunque, cedi (ten priego) il ferreo pondo di te indegno; cedilo a me; lo sconsolato viso innalza; e in un, mira Scipione in volto.
SIFACE Scipione in volto? io 'l rimirai da presso, con fermo viso, piú volte in battaglia: arbitra d'ogni cosa or vuol fortuna, ch'io piú mirar non l'osi. In questo campo sol di Siface il morto corpo addursi dai Romani dovea: ma, non è sempre dato ai forti il morire; ed io quí prova trista ne sono; ahi misero!—Dovute quindi a me son queste catene; e quindi son nel limo dannati ora i miei sguardi; ch'io agli occhi mai del vincitor nemico ergerli non potrei.
SCIP. Non è dei vinti Scipion nemico; e benché a lui fortuna solo finor l'aspetto lieto aprisse, non per prosperi eventi ei va superbo, come non mai vil per gli avversi ei fora.— Cortese forza io far ti vo'. Disciolti ecco i tuoi ceppi indegni: a solo a solo, pari con pari, or con Scipion favella.
SIFACE Umano parli, e il sei. Se l'esser vinto soffribil fosse a un re, dall'armi tue esserlo, il fora. Ma, che posso io dirti, che della prisca mia grandezza, e a un tempo della presente mia miseria, degno parer ti possa? E a te, che resta a dirmi, ch'io giá nol sappia?
SCIP. Io? ti dirò, che grande, che magnanimo tanto ancor ti estimo, ch'io non dubito chiedere a te stesso del tuo cangiarti la cagion verace.
SIFACE Fuor che a fedele esperto amico, il cuore non suolsi aprir; ma o radi molto, o nulli, dei tali ai re ne tocca. Indegno io forse di amici veri, abbenché re, non era: e, in prova, aprirti ora il mio core io voglio. A te, nemico generoso, io 'l posso, meglio che a finto amico. Odimi dunque.— Roma è tua culla, ed Affricano io nasco: tu cittadin d'alta cittade sei; di numerosa nazíon possente io giá fui re. Frapposto mare il tuo dal mio terren partiva: io mai non posi in vostra Italia il piede; a mano armata stai nell'Affrica tu. Cartagin pria, poscia l'Affrica intera, è in voi lusinga di soggiogare. A me vicina, e quindi ora a vicenda amica, ora nemica, Cartagin era: e benché abborra anch'ella, al par che Roma, i re; di orgoglio e possa men soverchiante il popol suo, che il vostro, men da me pure era abborrito. Offeso è il cuor d'un re tacitamente sempre da ogni libero popolo; qual ira destar gli de' quel ch'è con lui superbo?— Eccoti piano il tutto: odiarvi a morte, come insolenti predator stranieri, era il mio cor: fede, amistá giurarvi, dopo le ispane alte vittorie vostre, era il mio senno.
SCIP. Ma il valor dell'armi Romane a prova conosciuto avevi; perché tua fede non serbar tu a Roma?
SIFACE —E che dirá Scipion, se il ver gli narro? Scipion, quel grande, il di cui core, albergo d'amistá, di pietá, d'ogni sublime umano affetto, al solo amore ognora impenetrabil fu.—Lusinghe, amore, irresistibil possa di beltade, quí m'han condotto; a te il confesso; e in dirlo, non io nel volto di rossor sfavillo. Te cittadino, amor di gloria sprona a superare i cittadin tuoi pari; quindi all'altro sei sordo: a un re, che in trono eguali a se non ha, tal sprone manca; quindi alla gloria sordo il rende ogni altra sua passíone. A un re infelice il credi; ch'ei verace esser può. Tu, da quel grande che sei, piú ch'odio o spregio, pietá tranne; ch'io da Scipion soltanto non la sdegno.