SCIP. D'amor le fiamme io non provai, ma immensa la sua possa rispetto, e temo anch'io. Spesso il fuggii; che antiveder suoi strali si den, cui tardo ogni rimedio è poscia. Di Sofonisba diffidar dovevi, pria di vederla, tu: di Asdrubal figlia ell'era in somma, entro a Cartagin nata, d'odio imbevuta in un col latte, e d'ira, contro a Roma: e se a noi dall'util tuo eri allacciato allor, ben chiaro il danno, che tornar ten dovea nel darne il tergo, tu preveder potevi.

SIFACE E nulla conti quella, che l'uom sí spesso inganna e regge; la speme? Io l'ebbi, che ad Asdrubal stretto di tai legami, entro a Cartagin nullo piú di me vi potria: veduta poscia di Sofonisba la bellezza, io vinto, io preso, io servo allor, piú che nol sono or nel tuo campo, d'uno errar nell'altro cadendo andai. Per Sofonisba il regno or perdo io, sí; la fama, e di me stesso la stima io perdo: e, il crederesti? in vita pur non mi duol di rimaner brev'ora, fin ch'io lei sappia in securtá. Non temo per lei l'infamia; è d'alto core anch'ella; né viva mai dietro al tuo carro avvinta, piú che Siface, irne potrebbe: or odi, non i sensi di un re, di stolto amante odi or le smanie. Una gelosa rabbia m'arde e consuma, e la mia morte allunga. Nella mia reggia, in Cirta, omai giá forse dalle armi vostre vinta Sofonisba, in preda ell'è del mio mortal nemico, di Massinissa. A lui promessa pria sposa, che a me; forse pur ei ne ardea… A un tal pensiero, inesplicabil sento disperato furor, che in me s'indonna. Morire io brama, e morir deggio; e mille vie del morire, ancor che inerme, io tengo: ma, lasso me! morir non so, né posso, fin ch'io non odo il suo destino. In preda a Massinissa, deh! (se a te pur cale il mio pregar) deh! non conceder mai, ch'ella in preda a lui cada… Oh cielo!… Avvampo d'ira…—Ma fuor del mio regal decoro, dove mi tragge il furor mio?—Null'altro mi resta a dirti. Alla mia tenda intanto soffri ch'io mi ritragga: il duolo indegno nasconder vo'. Fuorché Scipion, non debbe null'uom vedermi entro il romano campo in men che regio conturbato aspetto.

SCENA QUARTA

SCIPIONE.

Misero re! Pari a pietá mi desta maraviglia il suo dir.—Ma, forte duolmi ciò, ch'ei mi accenna. A Massinissa in Cirta, espugnata oramai, per certo occorsa Sofonisba sará: s'ei pur ne' lacci d'amor cadesse? e se in sua fe per Roma ei vacillasse?… O guerrier prode, e caro a me, non men che necessario a Roma, io per te tremo.—Oh quali cure acerbe ti sovrastan, Scipione! Oh! quanto costa a umano cor l'usar la forza ai vinti nemici stessi! E s'io mai deggio un giorno contro l'amico usarla?… Ah! questo, in vero, è il sol dover di capitan, ch'io abborra.

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

SOFONISBA, MASSINISSA, SOLDATI NUMIDI.

MASSIN. Donna, deh! quí t'arresta: ecco del duce il padiglione: udito, o visto appena Scipione avrai, che dal tuo cor disgombro ogni sospetto fia.

SOFON. Né ancor sei pago, o Massinissa? alta, terribil prova d'amor ti do, figlia d'Asdrubal io, nel venir teco entro al romano campo: ma, ch'io sostenga l'abborrito aspetto del roman duce?… ah! troppo vuoi…