— La signora contessa Adelaide e la contessina Albina sono già nella sala.
— Andiamo subito: — disse vivamente Ernesto.
Giulio lo fermò pel braccio.
— Per carità! — gli susurrò sottovoce: — non parlare di nulla...
— No certo, in questo momento: — rispose Ernesto: — ma più tardi...
Il giovane innamorato seguì con un po’ più di tranquillità e sicurezza il cugino nel gran salone dove le signore stavano aspettando.
III.
La contessa Adelaide, nella sua mestizia irrevocabile oramai, ma mestizia rassegnata e che oserei dire soave, conservava ancora traccia della splendida bellezza della sua gioventù. I capelli, tutti imbiancati ne’ cinque anni trascorsi dopo la morte del marito, scendendole alle tempia in due striscie larghe e ben fornite, le coronavano la bella fronte, bianca al pari dell’alabastro, dandole non so quale splendore, che destava in qualunque, omaggio di reverenza; gli occhi erano ancora pieni di luce, le labbra, benchè impallidite, di grazia; il contegno era mitemente altero, rivelava la coscienza d’una certa dignità e supremazia, ma accompagnata dalla maggiore benevolenza dell’animo e gentilezza di modi. Vestiva tutto di nero, chè dal dì in cui era rimasta vedova, non aveva più abbandonato il corruccio, e avea deciso non lasciarlo più in tutta la sua vita; e da quell’abbigliamento scuro, ricco insieme e modesto, che faceva ricrescere la pallidezza del suo volto, la canizie de’ suoi capelli, essa riceveva all’aspetto una maggior solennità, un non so che di venerando. Era una di quelle figure di donna, innanzi alle quali, nessuno, per quanto corrotto e malavvezzo, oserebbe manifestare un sentimento, non che colpevole, triviale, quasi non oserebbe nemmeno concepirlo nè lo potrebbe provare. Ella sedeva sopra un gran seggiolone, postato proprio in faccia al ritratto del defunto, e guardava fiso questo ritratto, e le labbra le si movevano lievemente, per dire, senza suono però, forse un amoroso saluto, forse una preghiera.
Ritta accanto a lei, appoggiata con un gomito alla spalliera del seggiolone, stava la figliuola, la contessina Albina, nella quale riviveva in tutto il suo fiore, in tutta la sua splendidezza, la beltà giovanile della madre. Mai profilo più puro fu disegnato da mano ispirata d’artista; mai sguardo di fanciulla seppe ispirare in cuor d’uomo più nobili sentimenti e aspirazioni, smania più viva ed efficace di bene, di grandezza, di gloria. I suoi occhi, azzurri come il cielo, avevano una profondità da oceano, uno splendore da stella, e, colla vivacità della giovinezza, la mestizia del pensiero. Le labbra sorridevano raramente, ma nella piegatura, nella vivacità del colore, nella leggiadria delle linee, avevano un’attraenza, una seduzione impareggiabile. Pareva, chi le guardasse, che sarebbe stata una felicità solo il vederle a sorridergli, l’udirne una parola gentile. Ella parlava poco, in presenza di estranei alla famiglia pochissimo, ma non senza arguzia, sempre per manifestare i più nobili sentimenti; e la sua voce era una cara armonia. Quanti solamente a vederla l’amavano! Tutti quelli che l’accostavano, e congiunti, e conoscenti, e servi, e artefici, tutti dovevano adorarla. Vestiva di scuro anch’essa e il suo capo biondo, ornato riccamente dal diadema d’oro dei capelli, sorgeva superbamente pel collo esile e bianco sopra un collaretto di trina che terminava l’abito di seta nera, serrato sino alla gola; le sue mani piccole, un po’ lunghette, affusolate, acquistavano maggior candore, quasi una trasparenza, dal nero delle maniche lunghe fino ai polsi e strette alle braccia alquanto sottili, ma di una perfetta modellatura.
Quando Ernesto e Giulio entrarono nel salone, la madre e la figliuola si volsero; la prima sorrise lievemente, fece brillare di una mite gioia il suo sguardo e tese la mano verso il suo primogenito; la seconda salutò con uno sguardo e un sorriso i due nuovi venuti, e, forse pel piacere di rivedere il fratello, sotto la finissima epidermide, le corse alle guancie una lieve ondata di sangue a dare alla sua pallida carnagione una tinta di color rosato.