Sedettero, assunsero l’aria di inquisitori e cominciarono senz’altro. Alfredo credeva di stupidire.
— Per prima cosa ci si presentava il fatto della falsificazione che ci sarebbe nel tuo atto di battesimo. La donna che in esso è scritta come tua madre, sarebbe morta fin da un anno prima. Sai tu dirci qualche cosa in proposito?
— Io non so nulla... e credo quella una delle più sciocche e più inique menzogne del mondo.
— Speriamo che sia; ma siccome questa allegazione è appoggiata dall’affermazione di un fatto positivo, cioè dall’esistenza dell’atto mortuario di quella donna in Macerata, così scriveremo colà per averne esatte notizie.
Alfredo curvò il capo e non parlò.
— Poi viene l’origine della tua fortuna...
Il giovane ebbe un fiero lampo di sdegno nello sguardo.
— Perdonaci, — s’affrettò ad aggiungere quell’altro. — È nostro dovere, ed è anche tuo massimo interesse, dal momento che sono venuti a galla simili sospetti, il farli dileguare completamente. Senza questa condizione noi non potremmo continuare a rappresentare le tue parti. Si afferma adunque che i signori Corina di Lugo, tua nonno e tuo padre, non avrebbero lasciate ricchezze di sorta, ma invece dei debiti. Col tuo nome furono ricomprati tutti gli antichi possessi della famiglia e ancora aumentato di molto il patrimonio. Come avvenne ciò? D’onde ti giunsero quei capitali?
— Che so io? — rispose Alfredo quasi sbalordito e potendo oramai frenare a stento l’impazienza. — Codeste sono domande da farsi al mio intendente...
— Che sarebbe?...