— Chi ha sempre amministrate le mie sostanze, mentr’io ero bambino e in età minore, fu Matteo Arpione.
I due gentiluomini si guardarono.
— Ah! — fece quel primo, — è strano che di queste tue attinenze piuttosto intime con colui non se ne sia mai saputo nulla.
Alfredo arrossì.
— O che l’avevo da pubblicare su per i muricciuoli? — proruppe con vivacità irritata.
— Tu conoscevi qual uomo si fosse colui?
— Fu servo e obbligato di mio padre; quando questi morì, lasciò a lui l’incarico di vegliare su me e sui miei interessi. Che cosa avevo da sapere io? Quando conobbi chi egli si fosse lo allontanai da me e cessai affatto di valermi de’ suoi servigi.
L’interrogatore tacque un momento: il suo volto prese una ancor maggiore serietà; si vedeva che stava per toccare di cose che gli parevano anche più gravi.
— Però, — riprese poi, — quando tu fosti a Parma nel 1854, tu non ti eri tuttavia liberato di lui....
A queste parole che gli destavano il ricordo ingratissimo delle vicende avvenutegli in quella città e a quel tempo, Alfredo si turbò.