— No... cioè sì: — rispose. — Fu appunto allora che avendo appreso da Ernesto Sangré chi egli si fosse, lo scacciai.
Vi fu un’altra breve pausa.
— A Parma, — ricominciò quell’altro, il quale, a seconda che progrediva nel suo interrogatorio, diventava sempre più freddo e severo, — tu diventasti uno degli intimi del duchino.
Il turbamento d’Alfredo cresceva.
— Intimo no, — disse con evidente confusione, — andavo a Corte qualche volta, di rado....
— E una sera il duca sdegnatosi teco, non so perchè, t’impose di chiedergli perdono in ginocchio, e tu obbedisti.
Alfredo arrossì sino alla radice dei capelli e poi subito divenne bianco più d’un cencio.
— Ero giovanetto... vent’anni appena, — balbettò, — sì, fu un momento di debolezza; ma chi non l’avrebbe avuto? L’autorità del grado, la presenza di tutti i cortigiani... un’emozione inevitabile.... Una mano villana mi spinse... Cercai dopo in ogni modo di vendicarmene, di averne soddisfazione... Chiedetene a Ernesto Sangré, mi sono consigliato con lui, egli può dirvi...
— Per vendicarti tu sei entrato in una congiura contro la vita del duca?
Alfredo abbassò il capo e rispose con un soffio di voce: