L’Arpione mandò un gemito che pel giovane fu tutta una confessione. Egli si percotè co’ pugni chiusi la fronte e cadde seduto esclamando con voce strozzata dall’angoscia:
— Sciagurato! Sciagurato!
Il vecchio riebbe a un tratto tutto il suo tristo coraggio di menzogna. L’importante per quel momento, il necessario per lui era di tranquillare Alfredo, di guadagnar tempo; in qualche maniera poi avrebbe provveduto.
— Ma no, — disse con forza, — ma non è punto vero... Ma che Lei crede a codeste sciocche frottole?... Lasci che scrivano anche a casa del diavolo, e se troveranno qualche cosa che dia fondamento a tali stupide assurdità, voglio non esser più io...
Queste parole non fecero effetto nessuno sul giovane; la prima impressione provata da Matteo aveva avuto un linguaggio troppo eloquente in quel turbamento che non aveva saputo nascondere, in quel gemito che si era lasciato sfuggire, perchè le successive affermazioni valessero a smentirlo. Alfredo stette col volto nascosto fra le mani, il corpo scosso da brividi e sussulti che parevano scotimenti di febbre e singhiozzi.
L’Arpione fu preso di nuovo e più forte dall’idea di cominciare per mettere in cura da un medico, e di sua scelta, la salute fisica d’Alfredo, per la quale in verità la sua amorosa sollecitudine verso di lui aveva proprio da inquietarsi. Gli si accostò pianamente e gli disse con voce che osava essere più affettuosa del solito:
— Dia retta, signor conte; Lei ora non istà bene... ha bisogno di riposo... di qualche rimedio. Creda a me, si ponga a letto.... ascolti qualche dottore... Questo discorso lo riprenderemo poi, in momento più opportuno, quando si sentirà meglio. E intanto non s’inquieti, stia sicuro che io dileguerò ogni nube, che confonderemo tutti i calunniatori... Su, da bravo, la prego, la scongiuro, si corichi, mi lasci andare pel medico... Non vede che ha una febbrona addosso?
E osò mettere le dita della destra sul polso d’Alfredo: le carni di lui veramente scottavano; la mano di Matteo invece era fredda, gelata, e parve al giovane come il tocco viscido e schifoso d’una biscia. E’ scattò in piedi, pieno di sdegno, di ripugnanza.
— Non toccatemi! — gridò: — e non parlate che per rispondere, e con sincerità, alle mie domande. Chi sono io adunque? E se mentito è il nome di mia madre, non è forse mentito eziando quello del padre?
— No, no: — rispondeva Matteo, commosso all’estremo.