— Il mio compito dovrebbe essere finito, — disse poi. — Poste in netto le reciproche nostre condizioni, appurato che nessun rapporto più può esservi fra Lei e noi, nessuno, di nessun genere, — (posò bene sulle parole così dicendo), — io non avrei altro che da ritirarmi e lasciare a Lei il pensare se può trovar modo di provare quanto annulla o scema la sua colpevolezza, di riparare e di espiare; l’antica amicizia, però, mi fa non essere alieno dal darle qualche consiglio se Lei lo desidera.

Alfredo fece un cenno d’assentimento col capo.

— E le dirò per prima cosa, — continuò Ernesto, — che Lei deve scacciare ignominiosamente da sè e non lasciarsi più venire tra’ piedi colui, e accennò Matteo con un gesto di supremo disprezzo, — colui, che è il più scellerato, il più miserabile, il più vile degli nomini.

Alfredo ebbe un sussulto, come se toccato al petto da una punta di ferro arroventato.

L’usuraio curvo, strisciante, rattrappito nella sua vergogna, si diresse verso l’uscio senza parlare.

Ernesto lo perseguitava con queste fiere parole:

— Sì, partite, sottraetevi alla mia vista, incarnazione che siete della codardia, della calunnia, della rapina e d’ogni turpitudine, chè quando penso come voi abbiate osato tentare di lanciare uno sprazzo del fango in cui vi crogiolate sulla sacra memoria di quel giusto che a me fu padre, a voi benefattore, temo la mia collera sia tanta da farmi superare la ripugnanza che devo avere di sporcare i miei stivali nella vostra sozza persona.

Matteo aveva una mano sulla gruccia della serratura e tremava, Alfredo pure tremava tutto ed era verde nel viso.

— Andate! — conchiuse il conte con una imperiosità insolente.

— Un momento! — gridò Alfredo: e questa parola gli scoppiò dalle labbra come lo sparo d’un’arma.