Alfredo si volse con impeto verso il vecchio.
— Voi avete fatto codesto? — domandò arrossato in volto e cogli occhi che luciccavano fieramente.
L’Arpione curvò il capo senza rispondere.
Il giovine mandò un’esclamazione che era un grido di nuovo e più fiero dolore e si nascose tra le mani il volto.
Ernesto, freddamente, brevemente, narrò tutto il fatto con ogni suo particolare: quando egli ebbe finito, Alfredo sollevò il viso più pallido e disfatto di prima e disse con una disperazione in cui c’era qualche cosa di nobile e di dignitoso:
— Ho io conservato ancora il diritto di essere creduto da Lei, se le giuro che io ignorava affatto codesta... deplorabile azione?
Il conte Sangré stette un momento; guardò bene entro gli occhi il suo interlocutore, e poi rispose con quella sua voce franca e leale:
— Sì, lo credo.
— La ringrazio; — rispose commosso Alfredo. — Sono innocente... di questa come di qualunque altra colpa che mi viene apposta... Fui lo zimbello di uno strano, maledetto destino; ma pure comprendo che di tutto quel male che venne fatto di me e per me, io debbo portarne la responsabilità, lo comprendo, e mi vi acconcio, e sono pronto a tutto. Mi dica Lei, signor conte, quello che mi tocca.
Ernesto esitò un momento.