— Che ella dunque non sappia quanto quel miserabile ha fatto in nome di Lei? — riprese il conte Ernesto parlando ad Alfredo con un piglio scettico insieme e scrutatore. — Vorrei crederlo... lo desidero ardentemente per la memoria di quei giorni che abbiamo passati insieme in Crimea.

— Ma che cosa?... Parli chiaro: — disse con isforzo Alfredo, che sentiva, per segreto presentimento, di essere sul punto di apprendere qualche nuova e forse peggiore infamia.

— No: — gridò Matteo slanciandosi di nuovo innanzi come spinto da terrore. — Davvero che il signor Alfredo non sa nulla... e mi pare inutile...

Il conte Ernesto questa volta non parlò neppure; volse uno sguardo di sdegnosa fierezza olimpica al vecchio, e fece un gesto: il gesto con cui si manda a rintanarsi un botolo che v’infastidisce.

Alfredo, da parte sua, disse con impazienza:

— Lasciate... lasciate parlare il conte... Non è inutile... è necessario, vi ripeto, che io sappia tutto.

Matteo indietrò soffocando un gemito.

— Parli, — soggiunse il giovine, volgendosi al conte: — e vediamo se Lei possa apprendermi cosa che io ancora non sappia.

Sangré s’inchinò leggermente, e riprese a dire:

— Ella dunque deve sapere che quel cotale ha tentato in favore di Lei un ricatto, non so se più impudente o più scellerato, osando minacciare d’uno scandalo intorno al nostro casato, d’un disdoro al nostro nome, d’un’onta alla memoria sacra di nostro padre; minacciandone, dico, una debole, inesperta fanciulla, per farla acconsentire alle nozze con Lei.