— Lei capirà pure che il duello fra mio fratello e Lei non può più aver luogo...
Alfredo curvò il capo più basso.
— Ma ammetterà eziandio come a me, il quale ho dato a Lei confidenza e amicizia, che l’ho introdotto nella mia famiglia, a me che non posso credere ancora a tanto rea condotta, Ella deve dare una spiegazione. Ella deve dire come ha fatto suo protettore, suo complice un uomo così vile, come ha accettato di servirsi di mezzi tanto ignobili e scellerati...
L’Arpione non si potè contenere; si fece innanzi agitato e interruppe:
— Scusi, signor conte Ernesto... Qui il signor... — (neppur egli non osò più dire nè conte, nè chiamarlo Camporolle) — non ha saputo nulla... non sa nulla ancora, glie lo giuro e...
Il conte Sangré gli ruppe le parole in bocca con una sola occhiata, ma una occhiata da far desiderare di sparire sotto terra chi la riceve, per poco abbia ancora di amor proprio e dignità personale.
— Nessuno v’interroga voi, ora, — disse con quell’accento di oltraggiosa superbia che sanno usare i nobili piemontesi: — e un vostro pari, in mezzo a gente onorata, non deve aprir bocca che interrogato.
Matteo si ricantucciò spaurito; Alfredo fremente si morse le labbra.
— Gran Dio! — pensava il primo: — innanzi a lui essere trattato in questo modo!
— E quest’uomo che così impunemente s’insulta è mio padre! — diceva a sè stesso il secondo con inenarrabile angoscia.