Ernesto volse di traverso uno sguardo all’usuraio.
— E tanto meglio che sia appunto presente qui... anche costui.
È indescrivibile a parole l’accento di profondo disprezzo, quasi di schifo con cui fu pronunciato quel «costui.» Alfredo se ne sentì correre un brivido pei nervi e un calore alla faccia.
— Signor conte, — diss’egli reprimendo la sua emozione, e cominciando lui a lasciare le forme dell’amichevole domestichezza, come credeva che, per ogni riguardo, fosse dover suo di fare: — credo che Lei sia in errore. Sarà molto meglio che qualunque spiegazione debba aver luogo tra noi, avvenga senza che alcuno vi assista.
E fece un cenno a Matteo perchè si allontanasse; il vecchio si curvò e s’avviò con passo sollecito verso l’uscio.
— No, signore: — rispose vivamente il Sangré, passando subito anch’egli con tutta naturalezza alle maniere cerimoniose di due che non sono amici: — mi rincresce contraddirla e manifestare in casa sua un desiderio, a cui insisto perchè Ella si arrenda. Quest’uomo deve udire le mie parole.
Matteo guardò con espressione di umile richiesta Alfredo, il quale, perplesso, chinò il capo. Al vecchio, in verità, piaceva più il rimanere, perchè paventava triste conseguenze da quel colloquio e parevagli che, lui presente, si sarebbero potute scongiurare. Si ritrasse mogio mogio in un canto e rimase.
Ernesto di Valneve riprese allora a parlare pacato, fermo, con autorevolezza e severità.
— Dopo quello che è avvenuto, signor... — (egli esitò un momentino, come cercando il nome che avea da dare a chi lo ascoltava, e poi non trovandone altri soggiunse) — signor Alfredo, Lei sarà persuasa che non occorre più ombra di dichiarazione da parte sua perchè noi ci riteniamo sciolti da un impegno che solo uno scellerato inganno ci aveva indotti a contrarre.
Alfredo non si mosse, non rispose che con un sospiro che poteva dirsi un singulto: