— Chi è? — domandò il Maggiore con quell’altezzosa noncuranza che a quella fatta di gente, impone rispetto e obbedienza.
— Il signor Arpione, — risposero senza esitare.
— Ah! — esclamò il conte, a cui la presenza dell’usuraio in quella casa fece per una parte cattiva impressione e per altra parve proprio opportuna a quanto voleva ed era venuto per fare. — Benissimo. Sono appunto venuto a tempo. Ci ho da entrare ancor io nei discorsi che si tengono fra que’ due.
E senz’altro camminò verso la camera di Alfredo, col passo sicuro d’uno in casa sua.
Aprì l’uscio e si presentò dicendo con accento nella cui usata cortesia c’era insieme un po’ di scherno, un po’ di amarezza e una ferma risoluzione:
— Disturbo forse?... Me ne rincresce; ma credo che la mia venuta sia a tempo e necessaria.
Alfredo e Matteo s’erano vivamente allontanati l’un dall’altro, tenevano ambedue il volto basso e gli occhi a terra; sulle guancie smorte del giovine corse ratta, per isvanir tosto, una lieve fiamma di rossore. La vergogna lo possedeva. In quel piccolo uomo, dall’aspetto orgoglioso e gentile, dalle forme fini ed eleganti, dal contegno agiato e pieno di garbo, dalla pronunzia graziosamente un po’ blesa, dalle maniere aggraziate che pur lasciavano trapelare il sentimento d’una superiorità, egli vedeva stargli innanzi quella sfera di elevatezza e di splendore in cui egli era pur vissuto, a cui aveva pensato fin allora di appartenere, ed a cui doveva rinunciare colle beffe e colla vergogna. Nella bellezza di quella fronte, nella delicatezza di quei lineamenti, accompagnate e temperate dall’espressione virile d’un coraggio e d’una coscienza di soldato valoroso, egli travide l’immagine di quella bellezza, di quella grazia che gli erano state come una rivelazione della sublimità ideale, dell’eterno femmineo incarnato nella perfezione delle forme, ch’egli aveva adorato, e adorava tuttora. E lì in presenza, come a far contrapposto, ombra da produrre maggiore spicco alla luce, stava nell’usuraio, Matteo Arpione, quanto si poteva vedere di più volgare, di più basso, di più spregevole. E questa era per Alfredo la realtà. Nell’altra il sogno, la illusione ora scomparsa: l’ignobile usuraio era suo padre. Da questo ratto pensiero in lui il rossore, la confusione, cui Ernesto diede interpretazione assai più, assai troppo avversa ad Alfredo.
Nessuno rispose al conte Sangré, il quale, squadrato ben bene i due uomini che si trovavano nella camera, con accresciuta l’espressione dell’amarezza, del disgusto, della severità, s’inoltrò.
— Forse capirai subito, Alfredo, la cagione della mia venuta: — soggiunge rivolgendosi al giovine. Gli parlava ancora colla seconda persona come ad amico e famigliare, ma pure l’accento con cui le parole erano pronunciate levava ogni affettuosità a quella forma e metteva fra i due una gran distanza. — E mi risparmierai la pena di doverlo dire espressamente. Ciò farà che potremo entrar subito nelle viscere dell’argomento e sbrigarci con sollecitudine di cosa che è certo ingrata a tutti.
Fece una pausa; nessuno rispose, nessuno parlò. Matteo stava curvo, quasi direi rannicchiato, raggomitolato nella sua vergogna; Alfredo avrebbe voluto dir qualche cosa e non sapeva, e si sentiva sempre maggiore, sempre più dolorosa la confusione, e rimaneva immobile, manifestando il suo turbamento soltanto coll’ansare del respiro.