— Oh ve ne supplico.... non per me.... in nome di quell’angelo della fu vostra madre.

— Alzatevi.... Sì, per mia madre... Sarà una espiazione la vita.... un’espiazione di falli non miei.... un’espiazione necessaria.... Ah! credendo fare la mia felicità, voi mi avete fatto molto male.... Dio ve lo perdoni!

Il vecchio si trascinò in ginocchio fin presso di lui e tentò di prendergli una mano.

— E tu? — disse ansioso. — E tu? Non mi perdoni tu?

Prima che Alfredo avesse tempo a rispondere, s’udì presso all’uscio il rumore d’un passo d’uomo che s’accostava e quello d’una mano che si posava sulla serratura e stava per aprirla.

— Alzatevi! — gridò con accento imperioso Alfredo, e preso alle braccia il vecchio lo fece drizzare in piedi.

L’uscio si aprì: padre e figlio si volsero ambedue a vedere chi entrava.

Sulla soglia, fermandosi un momento a guardare chi c’era in quella stanza, prima di inoltrarsi, stava con aria più seria del solito, quasi solenne, sempre colla sua solita agiata eleganza, il Maggiore delle Guardie, conte Ernesto Sangré di Valneve.

XXXII.

Il primogenito dei fratelli Sangré, presentatosi all’uscio del quartiere occupato da Alfredo, non era stato respinto dai domestici che conoscevano l’amichevole famigliarità che esisteva fra quel visitatore e il loro padrone; d’altra parte Alfredo non avea neppur pensato di dare l’ordine che non si lasciasse entrare nessuno, onde appena fu se osarono dire al conte Ernesto che in quel momento il giovine era chiuso in camera con un tale cui aveva mandato a chiamare per cose, pareva, di molta premura.