— E tu, Giulio, sii il mio cavaliere: — gli disse la voce soave di Albina.
Egli arrossì, poi impallidì, e mosse i primi passi quasi vacillando.
I lacchè aprirono gli usci a due battenti per dar passaggio alla comitiva. Tommaso restò l’ultimo lasciando passare innanzi tutti, curvo in atto di reverenza; quando fu solo nel salone, andò innanzi al ritratto, pose la pezzuola sopra una seggiola, vi salì sopra tanto che la sua bocca arrivasse fino all’altezza della mano dipinta del morto padrone, e su quella mano posò un leggero rispettosissimo bacio, poi discese e corse in chiesa anche lui.
VI.
Occupandosi con zelo degli interessi di Giulio, secondo la raccomandazione fattagliene dal conte-presidente moribondo, il marchese Respetti aveva eziandio accresciuta l’affezione verso il giovane e poneva assai premura in tutto quello che lo riguardasse. Quindi s’era impensierito non poco dell’aspetto sofferente e più che malinconico del cugino, e avutolo in disparte quel giorno stesso, aveva saputo interrogarlo così bene da riuscire a trargliene fuori il segreto: l’amore cioè che nutriva per Albina e la gelosia, che a lui pure pareva ragionevolissima, ispiratagli dal conte di Camporolle.
Mosso dal suo vivo interessamento per Giulio, il marchese erasi posto subito a investigare chi fosse quel forestiero, ed appresone il poco che era conosciuto dalla società elegante torinese, aveva trovato, al di là di quelle superficiali informazioni, un qualche cosa di misterioso, una specie di barriera che separava un passato, non si sapeva quale, da uno stadio relativamente recente. Egli pensò interessante non solo, ma necessario penetrare al di là di quella barriera e stava immaginandone il come, quando alla sera, in sul tardi, ricevette un bigliettino in cui erano scritte in fretta le seguenti parole: «Domattina, alle cinque, il sottoscritto attende a casa sua il marchese R. L... Cavour.» Tutto quel giorno il Respetti era stato preso dalle meste funzioni di quella dolorosa solennità famigliare e non aveva potuto, malgrado il suo vivo desiderio, adoprarsi in modo da incontrare, secondo il solito, qua o colà il ministro. Anche questi evidentemente, saputo che il marchese era a Torino, desiderava assai vederlo; perchè, non contentandosi più di aiutare il caso che li faceva trovare, gli assegnava un preciso ed urgente convegno. Determinando di essere esattissimo all’ora datagli, il cugino di Giulio ebbe, come per un’ispirazione, il pensiero che, dopo esauriti i più importanti argomenti di cui aveva da intrattenerlo il ministro, egli avrebbe potuto chiedere da questo come un favore, poichè sapeva o era in grado di sapere tante cose segrete, che volesse aiutarlo a scoprire chi fosse realmente il conte di Camporolle.
La conferenza che il Respetti ebbe col conte di Cavour nello storico gabinetto con parato verde del palazzo del ministro medesimo, fu più lunga d’ogni altra precedente, e di grandissimo rilievo. Si era alla vigilia oramai di quella lotta contro l’Austria che il Piemonte nei dieci anni trascorsi, per opera del suo re, de’ suoi uomini di Stato, della sua stampa, di una immensa maggioranza del suo popolo, aveva fatto di tutto per riprendere, trascinando seco la forza, l’onore dell’impero napoleonico e della Francia: la diplomazia tentava ogni sua maggior possa per impedire il rompersi delle ostilità, che ogni governo europeo paventava avrebbero facilmente tratto a guerra generale, e lì, all’imminenza dello scoppio, lo stesso regnante in Parigi pareva esitare, volersi arrestare, non essere malcontento de’ casi che gli dessero pretesto di sottrarsi all’impegno. Un menomo errore, un atto inconsulto, un’imprudenza, o del governo piemontese o delle popolazioni italiane, poteva compromettere la riuscita del disegno così presso a incarnarsi, poteva perdere tutto. Il Cavour era in rapporto con tutti i liberali italiani, di qualunque gradazione e colore, allora tutti meravigliosamente uniti nel solo concetto dell’indipendenza nazionale, e mercè infiniti, varii mezzi apprestati dalla buona volontà, dal concorso di tanti, riusciva a comunicare ai principali le sue idee, i suoi consigli, i suoi ammonimenti, le sue istruzioni. Ora era essenziale che i liberali di Lombardia sapessero certe cose, accettassero certe regole di condotta per non recar danno alle operazioni del governo piemontese, e anzi per aiutarle; ed era importante del pari che il governo di Torino conoscesse umori, disposizioni d’animo, tendenze, speranze e propositi di quei popoli e di chi sopratutto aveva influsso su di loro. Per questo duplice scopo il marchese Respetti-Landeri poteva essere opportunissimo; e da ciò il convegno datogli dal ministro. Il quale ebbe ogni ragione di esserne soddisfatto, perchè il marchese, preparatosi all’uopo e intelligente e volonterosissimo di appagare i desiderii del Cavour, seppe rispondere alla aspettazione di lui come non si sarebbe potuto meglio, e il Cavour, acutissimo nel conoscere ed apprezzare gli uomini, confermò in quel lungo colloquio e anzi accrebbe la stima che già aveva del marchese come uomo capace nel pensiero, e nell’azione.
Camillo Cavour era cosiffatto che, trattando con persona cui credesse degna della sua amicizia, prendeva subito un tono di famigliare, affabile confidenza che metteva a suo agio l’interlocutore e gl’ispirava, insieme coll’ammirazione per la vasta mente dell’uomo di Stato, una viva simpatia pel gentiluomo e per l’uomo gentile. Col Respetti egli esercitò in tutta la sua efficacia codesto fascino del suo carattere aperto e piacevole, onde sul finire del colloquio, quando già stavano in piedi ambedue e il ministro lo veniva cortesemente accompagnando fino all’uscio, tenendolo in atto amichevole pel braccio, il marchese gli parlò di quel suo desiderio di conoscere il passato del Camporolle, con quella libertà con cui ne avrebbe parlato a un compagno d’anni e di vita, e gli chiese che vedesse di soddisfare a questo suo desiderio come si chiede un servizio ad un amico che si sa pronto ad accondiscendere.
— Conte di Camporolle! — esclamò il Cavour grattandosi leggermente la vasta fronte coll’unghia dell’indice. — Aspetti un po’, marchese, chè questo nome l’ho allogato in qualche cantuccio della mia memoria.
E siccome, al pari di tutte le intelligenze veramente eccezionali, Camillo Cavour aveva davvero una memoria straordinaria, non tardò a trovare, appostato in una cellula del suo largo cervello, quel nome, con un corredo di fatti che lo riguardavano.