— Sì, ecco che me ne ricordo: — disse quasi subito. — Costui desiderò prendere parte alla spedizione di Crimea.

— Appunto.

— E non ci volle poco a ottenergli un tal favore. La Marmora non voleva coscritti, desiderava avere tutti soldati fatti senza eccezione. Fu la contessa vedova di Valneve che mi pregò di ottenere da La Marmora che si permettesse a costui di arruolarsi e partire col corpo di spedizione. Io pregai il generale che, dopo avere, secondo il suo solito, resistito ben bene, finì per cedere, non tanto per me quanto per far cosa grata ai Valneve. Laggiù deve essersi condotto benissimo; credo che abbia avuta una medaglia, e se avesse continuato nell’esercito, a quest’ora sarebbe dicerto ufficiale.

— Sì, conte, — disse il Respetti: — tutto ciò è esatto; ma gli è la sua esistenza prima di questo glorioso episodio ch’io bramerei conoscere.

— Va bene; vedrò di soddisfarla. Ho certi segugi che per iscovare e seguitare una traccia fino alla prima origine sono eccellentissimi. Li metterò in caccia: e appena mi venga riferito qualche cosa di positivo, mi farò premura di comunicargliela.

Quello stesso giorno, Alfredo di Camporolle presentavasi al palazzo Sangré, domandando di parlare al conte Ernesto e al cavalier Enrico. Venne introdotto nel salottino del primogenito de’ due fratelli, dove Ernesto lo accolse colla solita espansiva amicizia, e dove Enrico, mandato ad avvertire, non tardò a sopraggiungere.

Il visitatore era un po’ commosso; aveva alquanto meno vivace il colore delle guancie, meno sicuro lo sguardo, men ferma la voce. Dopo la cordiale stretta di mano datagli da Enrico, sedutosi all’invito di Ernesto, cominciò senz’altro a parlare:

— È per me, grave, importante, essenziale al mio destino il colloquio che sto per avere con voi; e da ciò quell’agitazione che voi certo scorgete in me e che è l’effetto d’una lotta fra la speranza che m’ispira la cara, generosa, provata amicizia dell’uno e dell’altro di voi, e il timore che troppo audaci sieno il desiderio che mi muove, il voto che formo, la felicità che ho sognata.

Si fermò per respirare con un certo affanno, come chi sente mancarsi il fiato. Enrico, il quale dicerto capì subito dove l’amico voleva riuscire, sorrise in modo affatto incoraggiante, Ernesto si fece serio, quasi mesto, ma mosse con atto cortese la mano ad invitare chi parlava a spiegarsi con libera franchezza.

Alfredo, peritandosi ad assalire di fronte l’argomento che gli stava pur tanto a cuore, riprese girando, per così dire, la posizione: