— Io non ho ancora ringraziato abbastanza, come devo, come pur vorrei, voi miei amici e la nobil donna, la signora contessa Adelaide, per l’onore, per la fortuna di cui m’avete favorito associandomi ieri alla funebre solennità commemorativa del padre vostro. Consultando me stesso, il mio cuore, i miei sentimenti, ve lo dico, o amici, con altera franchezza, non mi sono trovato affatto indegno di tal distinzione, e provo un felice orgoglio ad essere stato, non fosse che un momento, congiunto a voi nelle vostre intime affezioni, come un membro della vostra famiglia.
Fece di nuovo una pausa. Enrico, più impetuoso come più giovane, proruppe vivacemente:
— Abbiamo in te un amico tanto reale e sincero, che per noi eziandio da te ad un congiunto per sangue poco ci corre.
Negli occhi di Alfredo balenò una viva gioia a queste parole, e la speranza e la fiducia rianimarono subito il colore del suo volto. Ma Ernesto soggiunse più posatamente, più gravemente:
— Sono cinque anni che ho imparato a conoscerti, e mi gode l’animo di dirti che la tua altera franchezza ha ragione.
Camporolle prese per le destre i due fratelli Sangré e con voce tremante dall’emozione, disse loro:
— Ebbene, amici miei... posso io sperare, posso io pregarvi che mi vogliate per vostro fratello? Mi consentite voi, mi incoraggiate di recarmi dalla signora contessa di Valneve a domandarle di accordarmi la felicità di tutta la mia vita colla mano di vostra sorella Albina?
Enrico si alzò vivamente e stringendo forte la mano di Alfredo rispose sollecito ed animato:
— Ma sì, ma sì, Alfredo; il mio suffragio l’hai tutto e di gran cuore....
S’interruppe, comprendendo che a lui, l’ultimo di autorità nella famiglia, non conveniva parlare il primo: e si volse al fratello maggiore, come per interrogarlo; anche Camporolle stava guardando Ernesto con ansietà, la quale si fece timore quando vide l’espressione severa, quasi di mesto rincrescimento, che aveva la schietta e nobile fisonomia del primogenito dei Sangré.