— Tu non approvi?... — cominciò Alfredo con accento di vero dolore; ma Ernesto non lo lasciò continuare, e alzandosi egli pure disse con serietà affettuosa:
— Io non ti amo di meno e diversamente da Enrico, e il mio suffragio non ti mancherebbe neppure se esso non fosse subordinato, e tu capirai facilmente che sia così, a quello di due altre persone: mia madre e mia sorella.
— Oh certo! — proruppe Enrico. — Anch’io la intendo in questa guisa.
— Nè io ho mai pensato che dovesse essere diversamente — disse con qualche vivacità Alfredo. — Solamente ho creduto, in nome della nostra amicizia, aprir prima il mio cuore a voi e domandarvi il vostro aiuto. Ora, se me lo permettete, io avrò più coraggio a parlarne alla contessa e, con licenza di Donna Adelaide, anche alla contessina.
— No, — soggiunse Ernesto mantenendosi in quel grave riserbo: — se dài retta a me, se non ti dispiace regolarti a mio senno....
— Oh no! — esclamò Camporolle: — io farò tutto quello che mi dirai.
— Ebbene, lascierai parlare da me a mia madre e ad Albina. Io scruterò le intenzioni della prima e il cuore della seconda: e saprò dirti poi la strada che devi prendere e il successo che puoi ottenere.
Alfredo rimase un momentino sopra pensiero; mentre la lieta espansione di Enrico eragli stata di tanto e sì caro conforto, la serietà, la freddezza d’Ernesto gli stringevano il cuore.
— Ernesto, — diss’egli poi, — tu, come sempre, hai ragione.... È meglio che parli tu per me.... Forse dove io potessi esprimere alla contessa Albina la forza, la santità, la grandezza del mio amore, d’un amore che mi nacque fin da quando ho veduto per la prima volta il ritratto di lei ancora bambina, d’un amore che mi ha accompagnato d’allora in poi per tutte le vicende vissute, che fu il mio faro, la mia stella, il mio paradiso, che.... lo giuro sull’onore.... sarà eterno in me; forse riuscirei a commuoverne il cuore....
— Glielo commuoverai, — disse Ernesto col suo fine sorriso, — quando ne sarà il caso.