— Ma non dimenticare frattanto, — soggiunse Alfredo calorosamente, — che ora essendomi alla fine deciso a parlare, io starò in un’ansietà dolorosa ad aspettare la sentenza della mia sorte....

— Eh! sai bene che io ho solamente tre giorni da fermarmi, e quindi, come non ne ho la volontà, non avrei neppure la possibilità d’indugiare. Domani o al più tardi dopo domani avrai la risposta.

— Grazie! — esclamò il Camporolle. — Quanto allo stato della mia fortuna, se tu credi che fin d’ora io debba darti ragguagli e prove....

Ernesto lo interruppe con un gesto pieno di nobiltà.

— Adesso, no, non occorre.... Non dico che queste sieno cose di cui non s’abbia a tener conto nessuno. Certo mia madre, noi, fratelli d’Albina, vorremo trovare in chi la sposa, le migliori condizioni possibili d’ogni fatta da guarentirle un’esistenza degna di lei; ma, anche sotto questo rispetto, la ricchezza non è la prima delle condizioni che si riguarda. Te poi conosco uomo d’onore e di sentimenti delicati, e non posso neppure supporre che ti avventuri a tal passo in cui non sia in grado di sostenere la tua parte con ogni valido argomento....

Enrico saltò su colla sua impetuosità giovanile:

— Il più importante è che la nobiltà del tuo sangue sia uguale o poco meno a quella dei Sangré. Nobile tu lo sei; dunque?...

Alfredo impallidì un pochino e una leggiera nebbia di confusione gli passò sulla fronte e sugli occhi: volle parlare, ma non n’ebbe subito il coraggio, glie ne mancarono le parole, e d’altronde non glie ne lasciò neanche il tempo Ernesto, il quale disse come a conclusione:

— Dunque, caro Camporolle, abbi pazienza tutt’al più per una trentina d’ore, e poi avrai da me stesso una risposta.

Alfredo ringraziò e partì oppresso da un presentimento di male che lo rattristò fino nel fondo dell’anima. Aveva sperato moltissimo nella calda amicizia d’Ernesto e in costui aveva trovato invece una inaspettata freddezza: le ultime parole d’Enrico, poi, gli avevano fatto scorgere un pericolo a cui prima non aveva mai pensato. Che cosa avrebbe detto la famiglia Sangré quando avesse appreso che la nobiltà di lui era affatto recente, che quel titolo di conte da lui portato eragli stato concesso da pochi anni soltanto per denaro pagato al governo papale? Ed egli poteva ancora onestamente dissimulare questo fatto ai parenti d’Albina? Gli pareva di sentirsi suonare tuttavia all’orecchio le parole di Ernesto che, conoscendolo per uomo d’onore e di delicatezza, supponeva in lui tutte le condizioni volute per aspirare alla mano di Albina, dal momento che osava manifestare tale sua aspirazione. Tacere ancora non era un rendersi reo d’inganno, un mancare almeno a quella delicatezza di cui lo si stimava fornito? Andò a casa sua mulinando questi pensieri, così, nell’aspetto, preoccupato, chiuso, turbato, che chiunque lo osservasse poteva indovinarne l’agitazione dell’animo.