E la vide e la indovinò tale che più d’ogni altro sapeva e desiderava e voleva leggere in quella fisonomia e per essa scendere sino al cuore: tale che, di celato, non lasciandosi mai scorgere, non facendo mai arrivare al giovane alcun cenno di sè, vegliava continuamente su lui, gli si aggirava intorno, spendeva delle ore e delle ore per le strade ad aspettare ch’egli passasse, solamente per avere la gioia di vederlo da lontano. I lettori hanno capito che voglio dire Matteo Arpione.

— Che cosa avrà egli? — si domandò con affanno il vecchio usuraio: e si assegnò subito l’ufficio di scoprire la causa del turbamento del giovane e di recarvi con ogni suo possibil modo rimedio.

Fra i due fratelli Sangré, frattanto, appena partito Alfredo, era successo il dialogo seguente:

— Il tuo contegno così riserbato alla domanda di Camporolle, — interrogò Enrico, — dinota che quella domanda non ti piace?

— Davvero che avrei preferito non venisse fatta: — rispose mestamente Ernesto.

— E perchè? proruppe vivace il fratello più giovane. — Forse che in Camporolle c’è qualche macchia?...

— Oibò! — esclamò sollecito Ernesto; — nemmeno per ombra! E io accetterei volentieri Alfredo per cognato se la felicità di lui non fosse la sventura di un altro, che, per quanto mi sia caro Alfredo, pure mi sta ancora assai più a cuore.

— Chi? —

— Tu dunque non ti sei accorto di nulla? Giulio ama Albina e proprio con tutta la forza della sua anima.

— Giulio! — esclamò Enrico, assai meravigliato a tutta prima; e poi tosto abbracciando e prediligendo subito la nuova idea con quell’impeto che era naturale alla sua giovinezza: — Ma sì, ma sicuro!... Giulio del nostro medesimo sangue: mai più certamente per Albina uno sposo di così pari condizione.