Egli ora trovavasi in guarnigione a Genova; trattenuto da ragioni di servizio, non aveva potuto partir prima, ed arrivato quella mattina, in quel punto medesimo, prima ancora d’aver visto nessuno della famiglia, affrettavasi nel salone a salutare il ritratto paterno, quasi a rendere il primo suo omaggio al capo di casa, morto alla vita terrena, ma vivo ancora e sempre nella memoria, nel cuore, nell’anima di tutti.
Il vecchio servo, mandata un’esclamazione di gioia, s’era mosso verso il padrone, umile, rispettoso, e presane la mano l’aveva baciata.
— Come sta, signor conte? — disse con premuroso accento, in cui erano pari l’affetto e la riverenza. — Ella sarà stanco del viaggio? Vuole riposarsi? Cambiarsi e ripulirsi dicerto!... Il suo quartiere è pronto...
Ernesto fece un atto colla mano, che era insieme un benevolo saluto, un ringraziamento, e un’interruzione.
— Sto benissimo, — rispose, — non sono stanco, e andrò subito a darmi una ripulitura. Ma prima ho voluto salutare mio padre, e udire da te le nuove della casa.
Andò innanzi al ritratto, a capo nudo, e stette lì un poco, immobile, eretta la bella testa, a contemplarlo collo sguardo fisso degli occhi che leggermente si erano velati d’una lagrima. A quell’amoroso figliuolo, degno del nobile genitore, pareva in tal momento vedersi rivivo innanzi l’adorato estinto; allo spirito del giovane sembrava comunicasse direttamente con esso, gli parlasse lo spirito del padre. Ed egli sapeva che se l’anima libera della carne di chi gli aveva data la vita poteva leggergli anche nelle più intime latebre del cuore, non ci aveva da vedere la menoma cosa onde potesse essere dispiacente: epperò stava egli là, dinanzi a quel ritratto, così levata la fronte, così sicuro lo sguardo.
Dopo alcuni minuti, si volse di nuovo a Tommaso.
— Or dunque mia madre sta bene?
— La signora contessa è forse ancora migliorata di salute dall’ultima volta che Lei signor conte Ernesto la vide.
— E mio fratello? E mia sorella?