— Il signor contino Enrico sta benissimo; la signora contessina Albina, se osassi servirmi d’una simile espressione, la direi un elegantissimo fiore sbocciato appena appena.
Ernesto sorrise della poetica immagine del vecchio servo, e questi temendo di essere stato troppo audacemente famigliare, si tacque di subito, arrossendo un pochino.
— E Giulio? — domandò subito dopo il conte con una intonazione speciale, che all’orecchio d’un osservatore avrebbe rivelato in lui una certa preoccupazione.
— Il conte Giulio, — rispose Tommaso, — da qualche tempo si lascia vedere molto più raramente...
— Ah sì? — interruppe Ernesto con vivacità.
— Sì, signor conte: — riprese il vecchio, al quale pareva eziandio premere un poco siffatto discorso: — viene assai di rado, si ferma un poco, e, come vedrà, è diventato pallido, mesto, e, se mi permette di parlare liberamente, più timido e più taciturno di prima.
— Tu hai osservato tutto questo?
— Oh scusi, signor conte, se oso...
— Hai fatto benissimo ad osservare e a parlarmene. Questa mattina, Giulio non tarderà a venire: appena giunto, digli che io l’aspetto, che ho da parlargli, e conducimelo nella mia camera.
— Sì, signor conte.