Ernesto si mosse per partire: ma poi, come preso da una nuova idea, si fermò di nuovo e fece al domestico un’altra interrogazione.
— E il conte di Camporolle?
Pareva che Tommaso se l’aspettasse, perchè rispose subito e con una vivacità in cui avreste detto che c’era un poco d’amarezza:
— Oh il conte di Camporolle non manca mai in nessun giorno, e trova il pretesto di venirci anche due volte, piuttosto che una. E’ s’è fatto amicissimo dei signor conte Enrico; sono sempre insieme: e dove comparisce la signora contessa colla signora contessina, qualunque siasi il luogo, teatro, passeggiate, chiesa, salotti, che so io... si è sicuri di vederlo anche lui.
Ernesto nascose sotto i baffi uno di que’ suoi fini sorrisi e senza risponder altro alle ciarle di Tommaso, s’avviò verso il suo quartiere.
— Ricordati, — disse ancora al domestico: — appena Giulio arrivi, me lo mandi. —
Venti minuti dopo il cugino Giulio entrava nella camera d’Ernesto.
II.
Giulio aveva anche lui tutta la delicata finezza del tipo dei Valneve, ma accompagnata ancora da un’apparenza di debolezza, di gracilità, di timido riserbo. C’era molto, anzi troppo del femmineo in lui, i subiti rossori, la facilità delle emozioni e la tenerezza dei sentimenti; e avreste detto che mancava in lui ogni forza virile, se talvolta nel mite sguardo degli occhi grigi non balenasse pure una fiamma che rivelava il coraggio e la fermezza dei Sangré.
Il giovane entrò quasi precipitoso nella camera di Ernesto, e gli si gettò al collo ad abbracciarlo e baciarlo con tutta la effusione del suo carattere affettuoso, della sua anima tenerissima.