Ernesto contraccambiò con pari amorevolezza le dimostrazioni del cugino.

— Mio caro Giulio! — esclamò stringendoselo forte al petto; — come desideravo vederti e parlarti un po’ bene, liberamente e da soli!

Giulio, a queste parole, ebbe un balenìo quasi di timorosa ansietà negli occhi, arrossì nel volto delicato, dalla carnagione bianca, dalla pelle finissima, e nascose la faccia sulla spalla d’Ernesto.

Questi staccò adagio da sè il giovane, se lo tenne dinanzi a guardarlo, mentr’egli teneva chino a terra lo sguardo coll’aria imbarazzata, e gli disse con ischerzosa amorevolezza:

— Olà, signorino, lei ha da rendermi esatto e minuto conto dei fatti suoi. Sa bene che se il marchese Respetti è stato ed è tuttavia amministratore, curatore o che so io de’ suoi interessi materiali, di tutto quello che appartiene alla categoria per uso chiamata morale, sono io che ho preso la direzione, la cura e non senza qualche buona voglia ed effetto, mi pare.

— Oh sì! — esclamò Giulio con vivacità improntata da un vero e profondo sentimento. — Tu e la tua famiglia foste e siete tutto per me... Io che non avevo più i genitori, che non ho mai avuto fratelli, ho trovato qui le dolcezze di questi santi affetti: in te poi...

Il cugino lo interruppe sorridendo e mettendogli una mano sulla spalla:

— Quello che tu abbia trovato in me, lasciamolo stare; ma se non ti sono stato affatto inutile e affatto spiacente, tu mi devi in compenso la tua fiducia...

— E te la do: — esclamò vivamente Giulio.

— Ma completa, senza restrizioni, parlandomi come fai teco stesso, aprendomi intiera l’anima tua... Ora io ti guardo, e vedo che sei dimagrato, che hai l’aria malinconica e scoraggiata, che sei pallido...