Bastarono queste parole per far salire il rossore alle guancie di Giulio, quasi a volere smentire l’osservazione di Ernesto; ma questi continuava:
— E tutto ciò è un commento alla lettera che m’hai scritto la settimana scorsa: ma non è ancora tale da non farmi desiderare un commento più chiaro, più esplicito, più pieno nelle tue confidenze.
Giulio s’era venuto confondendo sempre più, e al cenno della sua lettera, erasi addirittura turbato come un reo a cui si rinfacci la colpa che non può negare.
— Ah! la mia lettera: — disse quasi balbettando — è stata una follia... scusami... Ho fatto male a scrivertela...
— Anzi, hai fatto benissimo. —
— Sai pure! Ci sono dei momenti di scoraggiamento, di tristezza... Ora è passato... Facciamo come se non avessi scritto niente, e non parliamone più.
— Bravo! Io che voglio fare tutto l’opposto: io che t’aspettavo con gran desiderio perchè ne discorressimo insieme proprio a cuore aperto.
Il buon Giulio si confuse, si smarrì ancora di più.
— No... non adesso... il tempo non è opportuno... questa non è giornata da occuparci di tali bagatelle... più tardi, un’altra volta. —
— No, signore, no, signore: — disse con fermezza e con amorevole insistenza il primogenito dei Valneve, — il tempo è anzi opportunissimo, io non ho che due giorni da fermarmi, e l’anima stessa di mio padre sarà contenta che in questo giorno medesimo ci occupiamo dell’avvenire di persone che gli stavano tanto a cuore... Or dunque sta tranquillo, lasciami dire e rispondi a tono. La tua lettera, a cui non risposi, appunto perchè volevo venirti parlare a voce, l’ho qui... Vuoi che la rileggiamo insieme? —