— No, no: — gridò il giovane spaventato, il cui volto era tutto una fiamma.

— È giusto: — disse Ernesto col suo grazioso sorriso — tu non hai certo bisogno di rileggerla per ricordartene, e io la so quasi a memoria. In quella lettera mi dicevi, così, tutto ad un tratto, che la vita t’era diventata insopportabile... nientemeno...

— Ernesto! — esclamò vergognosissimo il giovanetto.

— E che pensavi quindi lasciar Torino, i congiunti, i conoscenti e andarti ad imbarcare per l’America, per l’Australia, per qualche terra ignota, se ci fosse, dove perderti affatto, che nessuno udisse più mai di te.

— Che vuoi? — disse Giulio sempre più confuso. — Ho forse ereditato dal mio povero padre l’umore vagabondo e il carattere irrequieto...

— Tu che sei una perla di giovanetto, mite, modesto, assennato!

— Troveresti tu tanto sragionevole il desiderio che io avessi di andare laggiù dov’è morto mio padre e rintracciarne la tomba?

— No, certo, ma bisogna esser sinceri. Il sentimento che ti spingerebbe a quella partenza non è esclusivamente la devozione figliale, non è l’amore delle avventure, nè il desiderio di guadagni. Come fu del buon zio Armando tuo padre; ma sarebbe quella medesima causa di tristezza e di scoraggiamento che accennavi poco fa... E poichè tu fai tante difficoltà a dirmela codesta causa, vuoi che te la dica io?

— Ma che supponi?... A che cosa vuoi alludere?... Ti assicuro...

— Ah! la menzogna poi non istà bene... Potresti tu, oseresti tu negarmi che qui sotto c’è un amore?...