— Ma io posso fargliela pagare! — esclamò a un punto, quando si fu liberato della compagnia di Tommaso ubbriaco e camminava lentamente, pensoso, verso l’abitazione del conte di Camporolle. — Io posso vendicare Alfredo... Vendicarlo?... Oh sarebbe pur meglio farlo felice.... E chi sa?.... Con quell’arma ch’io posseggo....

Parve che un’ispirazione glie ne venisse all’improvviso: affrettò il passo con piglio risoluto, fu in un momento all’abitazione d’Alfredo, s’informò di lui, raccomandò vivamente ai servi che vegliassero sul giovane, e poi corse a casa sua. Dove rinchiusosi ben bene, accesa con mano che quasi gli tremava per l’emozione una meschina lucernetta che mandava una scarsa luce rossigna da una piccola fiammella, si guardò intorno con aria sospettosa, come se avesse paura che alcuno potesse pur tuttavia scorgerlo, benchè serrato l’uscio a doppia mandata e col catenaccio e chiuse le imposte di legno delle finestre, e poi tratta dal seno una chiavetta appesa al collo per un cordone, andò ad aprire uno stipo fasciato di ferro con grossi chiovi nelle lastre, che stava nascosto in un angolo fra il letto e la parete.

X.

Quello di Matteo Arpione era un vero quartiere da usuraio. Ad un alto quarto piano di una casaccia squallida e nera, in una delle strade più strette e meno pulite della vecchia Torino, posto al fondo d’un ballatoio interno, consisteva in due sole camerette che non avevano vista se non nel cortile angusto, profondo, buio, eternamente umido, che pareva un pozzo. Il sole non le visitava mai; ogni oggetto che vi si conteneva, rivelava o la più assoluta miseria, o la più sprezzante incuria. Nella prima stanza un fornello in cui l’inquilino faceva cuocere egli stesso i suoi parchissimi cibi, una tavola sporca, due seggiole col piano di legno e nient’altro; nella seconda un lettuccio di ferro dalla vernice staccata, semplice e vecchio, con sopra un saccone di foglie trapuntato, una materassa alta quattro dita che non era più stata rifatta da secoli, lenzuola di color bigio e una coperta tutta strappi e rappezzi, un canterano, quattro sedie, un baule e in quell’angolo riposto lo stipo che abbiamo detto. Non tende nè tendine alle finestre nè agli usci, non quadri nè altro appesi alle pareti, neppure un segno qualunque di fede religiosa a capo del letto; l’ammattonato sporco che rivelava la lunga assenza d’ogni contatto colla granata; in tutto, uno squallore, una nudità, un freddo che avrebbe gelata l’anima di chiunque fosse colà penetrato.

Matteo andò adunque a quello stipo di cui teneva gelosamente nascosta appo sè la chiave e l’aprì con mano così delicata, grazie anche all’inoliamento della serratura, che le stanghette furono rimosse e l’imposta spalancata, senza che se ne sentisse il menomo rumore. L’interno presentava tanti cassettini chiusi pur essi, ma di cui la medesima chiave apriva la serratura; l’usuraio aprì il primo in alto e traendolo fuori a metà, facendosi lume colla lucernetta, frugò in mezzo a varie carte che vi si contenevano, finchè non n’ebbe trovata una che dalla tinta un po’ ingiallita e dal colore dell’inchiostro con cui era scritta, appariva essere conservata da un certo numero d’anni. Matteo, lasciando lo stipo aperto a quel modo, si recò quella carta sul canterano, dove posatala, colla lucerna accanto che l’illuminasse, appoggiati i due gomiti al piano del mobile, sostenendo colle mani la sua testaccia scarmigliata rilesse attentamente e rilesse lo scritto di quel foglio e stette assorto in profondissima meditazione a pensarci su.

Era un foglio di carta da lettera di forma ordinaria, lo scritto occupava tre facciate e terminava a metà della terza con una data e una firma; non aveva che una ripiegatura per lungo, quindi si vedeva che non era mai stato messo in una busta.

Dopo più di mezz’ora di quella sua meditazione, Matteo si riscosse e col capo chino, le mani intrecciate dietro la schiena si pose a passeggiare adagio adagio per la camera.

— Su chi agire? — pensava. — Il Respetti non avrebbe ora tanta influenza da fare annullare la decisione presa; i fratelli Sangré non vorrebbero forse cedere a niun patto, non si lascierebbero intimorire; le donne sono più impressionabili, e delle due è più facile riuscire presso la giovane che presso la madre. Questa ha pur tanta fierezza! D’altronde si tratta della sorte della contessina, ed essa può e deve far trionfare la sua volontà. La conosco abbastanza per essere certo ch’ella si sacrificherebbe ad ogni modo pur di risparmiare un dolore alla madre e la menoma ombra di macchia al nome della famiglia; e qui il sacrifizio è molto facile e leggero. Alfredo è pur così degno d’essere amato e saprà farsi amare! Parlerò alla signorina.

La sua decisione era presa; il disegno che gli era balenato in confuso alla mente dapprima, ora si era venuto esplicando, determinando, facendosi concreto in ogni suo particolare; non si trattava più che di metterlo in pratica ed egli era abbastanza certo di sè per contare sopra una irremovibile fermezza e un’audace abilità nell’esecuzione.

Tornò presso il canterano; rilesse ancora una volta quel documento, che, se gli era stato prezioso per l’addietro, ora gli era diventato preziosissimo, poi divise in due il foglio, così che la pagina scritta soltanto a mezzo e in cui era la firma, stesse separata dall’altro mezzo foglio, dove al fondo della seconda pagina lo scritto terminava con un pianto fermo e col senso completo che pareva del tutto conchiuso.