Il mezzo foglio scritto da tuttedue le parti, egli lo ripose accuratamente in un suo portafogli che teneva sempre nella tasca del petto disotto al soprabito abbottonato; e l’altro mezzo foglio andò a rimetterlo nel cassettino dello stipo, onde l’aveva levato e ve lo richiuse mormorando:
— Chi sa che non m’abbia a servire poi anche questo!
Fece per chiudere l’imposta dello stipo, ma se ne trattenne; un lieve sorriso dì compiacenza venne sulle sue labbra sottili, tirate, quasi livide, e fece muovere le minutissime rughe che gli correvano alle tempia e sulle guancie peggio che vizze; un lampo di gioia brillò ne’ suoi occhietti affondati, d’ordinario senza espressione. Aprì ad uno ad uno tutti gli altri cassetti e più o meno lungamente stette a contemplare avidamente, a brancicare con mano fremebonda il contenuto di essi. Nei più questo contenuto era denaro, pilette bene ordinate di marenghi; in altri di scudi; tre avevano delle carte, cedole del Debito pubblico, titoli di credito di vario genere, perchè egli non si piaceva di tenere presso di sè giacenti inoperose le sue ricchezze, ma le occupava, le faceva lavorare, com’egli si esprimeva, impiegandole in imprese fruttuose e traendone sempre più lauti beneficii; in uno di quei cassetti v’erano le polizze e le obbligazioni dei miseri a cui con tasso indiscretamente esagerato egli prestava denaro. Matteo esaminò tutto con quel sorriso, con quel luciore nelle pupille di gioia e di compiacenza.
— Oh, coll’arsenale d’armi che ho qui, — si disse superbamente, — si devono vincere tutte le battaglie. Vincerò anche questa volta.
Richiuse con attenzione, appese di nuovo la chiave al collo e, spenta la lucernetta, si buttò sul suo giaciglio, dove dormì poco, agitato da’ suoi pensieri, ripassando seco stesso tutti i particolari del disegno che aveva formato per giungere al conseguimento di quello scopo che gli stava a cuore più d’ogni altra cosa al mondo.
Il domattina, appena un po’ di luce si cacciò in quelle squallide stanze, l’usuraio fu in piedi, sedette al tavolo della prima camera, e, scelto fra parecchi foglietti di carta il più presentabile, vi scrisse sopra una pagina che aveva seco stesso meditata tutta la notte, e poi ripiegatolo in quattro lo serrò in una busta su cui scrisse l’indirizzo: «Alla signora contessina Albina Sangré di Valneve;» quindi uscì sollecito e andò alla chiesa di San.... che era la parrocchia nel cui ambito si trovava il palazzo della nobile famiglia. Colà egli sapeva che tutte le mattine di buon’ora andava a sentir messa la signora Giustina, la governante della contessina. Ve la trovò difatti e accostatala quando ella usciva, le disse che gli permettesse di dirle quattro parole anche così camminando per istrada, trattandosi di cosa gravissima, importantissima e urgentissima. La Giustina, che conosceva quell’uomo e le passate di lui attinenze colla famiglia Sangré, acconsentì, e Matteo allora la pregò colle più calde istanze di voler consegnare nelle proprie mani della signorina il biglietto che egli le porgeva, e ciò senza che nessun altro della casa, anzi nessuno al mondo ne sapesse nulla. Dapprima la donna rifiutò, poi esitò, poi finì per cedere alle tanto insistenti preghiere del vecchio, alle così solenni di lui affermazioni che trattavasi di cosa riguardante la famiglia medesima dei padroni, e cui la contessina a cui egli si rivolgeva, se informata, avrebbe potuto risparmiare chi sa quanti guai.
Così avvenne che mezz’ora dopo Albina ricevesse il biglietto di Matteo Arpione. La governante nel consegnarglielo ripetè alla fanciulla tutto quanto il vecchio le aveva detto per decidervela, e finì conchiudendo che se aveva sbagliato volesse perdonarla e non esporla al risentimento della contessa.
La fanciulla assai stupita prese il biglietto e lo lesse; vi era scritto:
«Ill.ma signora contessina,
«Per la venerata memoria dell’illustrissimo signor conte-presidente, padre della S. V. e fu mio colendissimo padrone; pel bene e la tranquillità dell’illustrissima signora contessa Adelaide, a cui si tratta di risparmiare un gravissimo dolore; per la gloria del nome illustre che portano così degnamente gli illustrissimi conte Ernesto e cavaliere Enrico, fratelli della S. V., io la prego quanto so e posso, di concedermi un quarto d’ora d’udienza da soli senza che nessuno lo sappia. Ella vedrà che se mi sono deciso di rivolgermi a Lei piuttosto che a qualunque altro della sua illustre famiglia, ci ho avuto buona, potente ragione, e sono sicuro che mi approverà e anzi me ne avrà qualche gratitudine. Fra Lei e me, suo devoto fedele servitore, potremo risparmiare un gran dispiacere e peggio alle persone che le sono più care. Voglia comunicarmi col mezzo della signora Giustina quando e come Ella vorrà farmi l’onore di ricevermi; e non dimentichi che la cosa è di premura assai, tanto che più presto potrò parlare sarà meglio. E creda intanto alla devozione di chi si professa