«Suo umil. servo
«Matteo Arpione»
Primo pensiero d’Albina fu di recar subito questo biglietto a sua madre, ma poi pensò che, se c’era qualche cosa di vero in esso, se trattavasi proprio di risparmiare alla diletta mamma un dolore, era meglio tacere con lei e udire anzi tutto dal vecchio servitore di suo padre la comunicazione di quelle cose che annunziava tanto importanti e tanto urgenti; avrebbe sempre avuto tempo di poi, quando vedesse necessario il confidare quel fatto alla madre, di narrarle tutto. Diede ordine a Giustina, che quel giorno stesso, verso le due, quando appunto ella soleva passare un’ora e più ritirata nel suo quartierino, facesse d’introdurre presso di lei, a insaputa della madre e dei fratelli, l’uomo che le aveva scritto.
XI.
Matteo Arpione, fatto entrare di celato dalla Giustina nel salottino della contessina, trovò la nobile giovinetta dritta presso al suo pianoforte, un gomito appoggiato allo stromento, l’altro braccio abbandonato lungo la persona, in mossa un po’ superba, la fronte leggermente corrugata, i limpidi occhi azzurri fissi sull’uomo che entrava, con un’espressione di stupore curioso e d’un’altiera aspettazione. Quantunque cinque anni prima ella non fosse ancora che una bambina, pure erale stata profondamente impressa quella sera fatale in cui suo fratello Ernesto, di ritorno dal duello coll’ufficiale austriaco, aveva creduto suo obbligo confessare intieri i suoi traviamenti e la parte che in essi aveva avuta Matteo Arpione. Troppo giovane per apprezzar bene di qual sorta fossero i torti del fratello e le colpe di quel servo infedele, non essendo più tornata di poi su tal penoso argomento col pensiero, ma sapendo che la famiglia aveva, e certo giustamente, pronunciato un bando assoluto di quell’uomo dalle soglie del palazzo; avendo così in confuso l’idea che nel malore il quale aveva colpito e precipitato nella tomba il padre, colui ci aveva avuto un influsso funesto, Albina erasi venuta formando dell’Arpione il concetto pauroso d’un essere malefico che si meritava odio e disprezzo, ma che bisognava temere; e questa considerazione non aveva influito di poco a farla acconsentire a quel colloquio. Innanzi ad un male che minacciava i suoi cari, ella aveva superato ogni sua ripugnanza, e da coraggiosa figliuola dei Sangré, aveva voluto vedere faccia a faccia il pericolo.
L’usuraio s’avanzò di pochi passi nella stanza, più umile, più curvo, più strisciante che mai, gli occhi bassi, quasi non osasse levarli su fino a quella bellezza di volto, a quello splendore di sguardo, a quella nobile fierezza di fronte. Ella stette un momento a guardarlo muta ed immobile a quel modo, mentr’egli, con molti inchini, affoltava umili parole di saluti riverenti.
— Or bene, — disse poi la contessina dando alla dolcezza della sua voce tutta l’asprezza e la severità di cui era capace: — eccovi al mio cospetto; non perdete tempo e ditemi subito quanto scriveste d’avermi da comunicare.
Matteo fece ancora un passo innanzi, tornò ad inchinarsi profondamente e disse con voce sommessa, umile, peritosa, ma che pure giunse chiara e fece spiccare ogni parola alle orecchie della giovane:
— Quello che io ho da dirle, contessina, riguarda l’avvenire di lei e l’onore del nome che porta.
Albina si scosse vivamente, il suo capo s’aderse più fiero ancora, i suoi occhi lampeggiarono con espressione di sdegnoso orgoglio, che non si sarebbe creduta possibile alla solita mitezza de’ suoi sguardi.
— L’onore del mio nome! — proruppe essa con voce vibrante. — Non so davvero quale attinenza possa esservi mai fra esso e quanto possa esser detto... da voi!