— Domandatemi quel che volete. Qualunque somma sia, io m’impegno di farvela ottenere.

— Nessuna somma. Nè cento milioni, nè cento mila. Sono di begli anni, sa, che possiedo questa carta. Ho io mai pensato a trarne profitto? Ho taciuto sempre; mi era caro quanto a loro l’onore della memoria di chi fu mio buon padrone; se ora vengo da Lei è perchè sapevo che non avrei avuto nessun altro mezzo di ottenere che Ella acconsentisse...

— Ma che volete dunque? — interruppe Albina con isdegnosa impazienza: — che volete?

— Le ho già detto che il suo matrimonio col cavaliere Giulio non doveva aver luogo.

Ella fece un atto di superbo diniego, ma tacque.

— E aggiungo ora, — prosegui il vecchio, — che Lei deve dar la mano al conte Alfredo di Camporolle.

Albina lo guardò meravigliata insieme e sprezzosa.

— È lui che ha comprata la vostra protezione?

— Egli non ne sa nulla, davvero, lo giuro sull’anima mia!... Sono io che... per certe ragioni che è inutile dire... lo voglio felice ad ogni costo... E sarà felice anche Lei, ne sia sicura. Il conte Alfredo l’ama tanto! L’ama da pensare ad uccidersi se la perde! L’ama da farle con incessante cura una vita tutta gioie e consolazioni. Ed è così buono, sa, il conte! È un’anima eletta, è un cuor d’oro...

Ella gli troncò le parole con un atto d’impazienza: