— Madre, ho parlato al conte di Camporolle. Egli, malgrado la lettera che io gli ho scritto e che ora ho disdetto, ci fa l’onore di ridomandare la mano di Albina, e io lo conduco qui innanzi a Lei, dopo avergli lasciato sperare che la risposta della contessa di Valneve sarebbe stata favorevole.

La signora non rispose subito: i suoi occhi erano di nuovo fissi sul ritratto. Non fu che un momento, ma pure, ad Alfredo parve di passare per una lunga angoscia di aspettazione. Ella abbassò lo sguardo dal dipinto alla figura del giovane e disse a sua volta con un po’ d’emozione:

— Le parole che ha udite da mio figlio primogenito, le ritenga pure dette da me.

Alfredo si alzò; avvicinatosi alla contessa, ne prese la destra e la baciò con umile rispetto.

— Contessa, — rispose, — ho innanzi a me tutta la vita d’un giovane di venticinque anni per ringraziarla; e non sarà abbastanza, in proporzione alla felicità che Ella mi accorda.

C’era tanta verità di sentimento, tanto simpatica espansione in queste poche parole, che la madre di Albina fece al giovane innamorato un sincero sorriso di benevola approvazione.

— Or dunque, — soggiunse con una tinta di allegria nell’accento, — conviene presentarla alla sua sposa, signor conte di Camporolle.

A quel nome di sposa, Alfredo fu scosso di nuovo da un fremito di piacere; s’inchinò profondamente senza poter parlare. La contessa si volse al figliuolo:

— Fa venire Albina: — gli disse.

— Vado io stesso apprenderla: — rispose Ernesto alzandosi sollecito, e uscì dal salotto.