— E chi sa che questa non sia occasione che, in qualunque modo volgan le cose, mi decida a ristabilire la nostra dimora a Torino. Questa città è ora ben cambiata da quando credetti conveniente abbandonarla, e ora son certo che ci potremmo vivere assai meglio. Se l’Austria vince, sicuro che non sarà opportuno consiglio tornare a Milano; se vinciamo noi, sarà pure utile e piacevole venirci a stabilire alla capitale. Così bene, che di questi giorni dovendo esigere una vistosa somma, ho pensato bene di investirla qui a Torino...

— Tu hai da esigere una grossa somma? — proruppe vivamente la marchesa.

— Sì.

— E allora potrai darmi senza il menomo tuo incomodo una cinquantina di mila lire che mi occorrono.

Il marchese guardò stupito la moglie.

— Cinquanta mila lire! — esclamò. — Che ne vuoi fare?

Sofia disse dell’amica, del segreto, eccetera. Ernesto rispose con fredda galanteria:

— Mia moglie può domandarmi qualunque cosa, e sarà sempre sicura d’ottenerla, se è in poter mio. Domani stesso avrai le cinquanta mila lire, ma mi permetterai ch’io non ti taccia il mio stupore e il mio dispiacere per la mancanza di fiducia che tu mi dimostri facendomi un segreto della destinazione di questa somma.

La nobiltà del tratto e delle parole vinse la marchesa più che non avrebbe fatto qualunque insistenza di domanda; si gettò al collo del marito e gli disse tutto quello che Albina le aveva detto, facendo a lui pure giurare, ci s’intende, il più assoluto segreto.

Quella sera medesima la marchesa Sofia andata al palazzo dei Sangré, susurrò all’orecchio d’Albina queste parole: