Gustavo Pannini era stato diffatti invitato a far colezione dal banchiere, il quale, come non di rado avveniva, l'aveva preso a braccetto e l'aveva condotto seco di sopra al piano superiore ne' suoi suntuosissimi appartamenti.

Siccome gravissime vicende che avrò da raccontarvi furono cagionate dalle impressioni che il genero del signor Biale riceveva in quell'atmosfera di ricchezza e di sfarzo di cui si circondava lo sfondolato banchiere, non sarà inopportuno che saliamo anche noi quell'elegante scalone di marmo ed assistiamo al finire dell'asciolvere del signor Bancone e de' suoi invitati.

XIV.

La sala da pranzo del signor Bancone è delle più eleganti possiate immaginare. Due alte e grosse credenze di legno d'acero artisticamente ed acconciamente scolpite a rappresentare fiorami, frutta e selvaggina si drizzano alle due pareti principali, ed in questo momento in cui stanno aperte lasciano scorgere le porcellane più ricche e i cristalli più tersi, di piatti, bicchieri e bottiglie che possano servire per la sontuosa mensa d'un milionario. Alla tappezzeria di color tané, simulante cuoio cordovano, sono appiccati alcuni quadri di buon autore rappresentanti, come si suol dire, soggetti di natura morta, e al di sopra delle porte l'intelaiatura dell'uscio si termina con un quadro in cui sono dipinti dei fiori e delle frutta. Le seggiole fatte all'antica con alta spalliera e di legno scolpito ancor esse, sono coperte di cuoio cordovano attaccato con borchie di metallo dorato. Nelle altre due pareti, diverse da quelle a cui stanno appoggiate le credenze, si fan fronte da questa parte un largo camino ornato di marmo scolpito, da quella una mensola di legno intagliato e sopra ad ambedue due alti specchi nitidissimi con cornici di legno uguale a quello dei mobili ed ugualmente lavorato, che si riflettono le loro immagini all'infinito. Tanto sopra il camino quanto sopra la mensola, dei grandi e stupendi candelabri di bronzo; sul camino, un orologio compagno, di gran dimensione e di forme elegantissime; a mezzo della sala, pendente dalla volta, una bella lumiera di bronzo eziandio con una selva di candele infisse nelle sue branche.

Ora che noi mettiamo i piedi sul lucido spazzo di legno intavolato e inverniciato, il déjeuner volge al suo fine, e i convitati mostrano un'animata vivacità, di cui dànno ampia ragione il manipolo di bottiglie che drizzano il loro collo sulla tavola e la schiera un po' disordinata di bicchieri di varia forma che ciascuno ha dinanzi. Lo sciampagna spumeggia negli alti calici allargantisi a coppa; un allegro fuoco schioppetta sotto il camino; due domestici in piccola livrea vanno mescendo il biondo liquore dal collo della bottiglia coperto di carta inargentata, appena vedono vuoto il cristallo d'un bicchiere; una profusione di argenterie lucicchia sulla tavola, dove la rarità e la bellezza delle frutta in quella stagione invernale dà indizio della sontuosità di quell'asciolvere, che ora è giunto al suo fine.

La grossa persona del signor Bancone siede in capo alla tavola in un seggiolone a bracciuoli: e, come il Trimalcione del famoso festino di Petronio, anima i convitati a bere e i domestici a servire, mentre per impiacevolire viemmeglio coi discorsi il banchetto non trova nulla di più acconcio che parlare di sè, delle sue fortune, e fare con poca modestia il suo panegirico. Vezzo di parvenu. Dei personaggi che fanno corona al superbo anfitrione non ce ne sono che due, i quali hanno alcuna cosa da fare colla nostra storia: il primo è Gustavo Pannini, il secondo è un medico di cui abbiamo già udito menzionare il nome, il dottor Lombrichi; gli altri sono parassiti, più o meno spiritosi, più o meno adulatori, che pagano colla piacenteria il diritto di venire a porre al caldo i loro piedi nel folto pelo delle pelli belluine che stanno innanzi ad ogni convitato sotto la tavola da pranzo del milionario banchiere. Per costoro ogni motto dell'anfitrione è un'ingegnosa facezia, ogni sua osservazione è un ragionamento sapiente e profondo; avvicendano i loro numerosi e grossi bocconi agli scoppi di risa ed alle esclamazioni ammirative, accompagnando ogni cosa di cenni del capo entusiasticamente approvatori.

Bancone, colla sicurezza di chi sa di non poter essere contraddetto, coll'imponenza di un uomo che ha parecchi milioni di suo, parla di tutto e di tutti, e dice spropositi da cavallo sopra ogni cosa di cui possa parlare un uomo, come si suol dire, di mondo. Gustavo, abbacchiato dalla ricchezza, riconoscente al suo principale di quella preferenza che mostra per lui, crede in buona fede al merito d'un uomo che ha saputo guadagnare sì splendida fortuna; il dottor Lombrichi, tutto miele per tutti i ricchi, non ha che parole di complimento per chi gli reca o può recare quandocchessia alcun vantaggio e presenta ad ogni beniamino della sorte un bel sorriso cordiale sulla sua faccia fresca e rosata dai baffi incerati, dal pizzo ben ravviato e dai denti candidissimi; ma talvolta ascoltando le superbe grullaggini di Bancone, quando questi non vede, quel suo sorriso prende una tinta d'ironia che ben mostra com'egli apprezzi i talenti, la dottrina e l'educazione di quel fastoso rincivilito.

—Bevete, miei cari, diceva dunque Bancone adagiando la schiena sopra la soffice poltrona e mettendo in aria il suo ventre enorme: bevete, che diavolo, chè di vino come questo non ne troverete altrove, ve lo dico io.

Le teste dei convitati si chinarono con una zelante premura come una sola testa, e delle esclamazioni d'assenso partirono dai ventricoli saziati, con piena convinzione.

—Questo Champagne rosè è vero Moët… Möet et Chandon, leggete la scritta… Tutto ciò che vi ha di meglio nel genere… Me lo faccio venir io apposta di Francia… e non mi mandano che proprio il più fine… la fleur du panier. Oppure amate meglio quel vino lì del Reno?… E abbastanza grazioso, non è vero? Gli è quello che si chiama Lab… Lib… Un nome strano.