Era una bella figura che aveva nell'espressione del viso alcun che di soave e di mesto per cui era impossibile il guardarla senza simpatia e quasi direi senza commozione. Vanardi teneva quel ritratto, perocchè fosse un ritratto, come cosa preziosissima. Di ogni altro oggetto, anche del più necessario, si sarebbe prima spogliato che non di quest'esso. Era il ritratto della donna che il suo amico Adolfo Cioni, che vi ho già nominato poc'anzi, aveva amato, e per cui era morto. Adolfo medesimo l'aveva dipinto, copiando l'immagine che di Gina (così aveva nome la donna) eragli così profondamente impressa nell'animo. Quando l'infelice era stato ucciso in quel duello fatale dal marito di lei, il padre di Adolfo aveva consentito che Antonio prendesse nello studio del morto amico, tutti quegli oggetti che preferisse a memoria di lui. Vanardi, fra le altre cose, aveva preso questo ritratto. Tutto il resto era sparito poco a poco sotto la crescente stretta del bisogno; ma il ritratto di Gina era ancora lì, e Antonio aveva giurato di conservarlo ad ogni patto sino alla morte.

Di belle volte per questa cagione erano già avvenute delle dispute fra Vanardi e sua moglie. Costei non sapeva il perchè suo marito ci volesse tener tanto al possesso di quell'inutile ornamento, e come mai, avendo vendute tante cose assai più necessarie, non volesse manco udire a discorrere di sbarazzarsi di quel dipinto. Inutilmente Antonio le aveva contato tutta la storia; la Rosina tentennava il capo, ne sentiva o fingeva sentirne sempre i sospetti più ingiuriosi intorno alla fede del marito, e di quando in quando ne pigliava pretesto, come se altri e troppi pretesti non ci fossero già, per una buona sfuriata.

In questo momento in cui v'introduco nel misero alloggio di questa famigliuola, intorno alla quale vedremo svolgersi le scene del dramma che ho intrapreso di raccontarvi, tutti i componenti della medesima sono raccolti nel secondo scompartimento dell'unica stanzaccia.

Antonio passeggia in lungo ed in largo, le mani in tasca, la chioma rabbuffata, le orecchie livide pel freddo, la barba ispida, una pipa spenta in bocca, battendo i piedi di quando in quando, tutto, a vederlo, rattrappito dall'intirizzimento. Rosina siede vicino al deschetto e rappezza, con mani che hanno il colore delle orecchie di suo marito, dei logori panni pei bambini; innanzi a lei v'è la culla e in essa il piccino: ella col piede lo fa dondolare perchè dorma e gli va canticchiando una tediosa cantilena che interrompe tratto tratto per discorrere coll'uomo; i tre altri bambini ruzzano qua e là per la casa e fanno un diavoleto da toglier la testa.

Come già ho accennato, la Rosina non può dirsi bella; ma possiede un'aria tra la capricciosa e l'allegra che può piacere. Ha il capo avvolto in un fazzoletto logoro di panno-cotone; le spalle e il seno ha serrati da uno scialle di lana a brandelli, e tratto tratto deve interrompersi nel suo cucire per soffiarsi sulle dita delle mani pavonazze, non bastantemente difese dal freddo per certi mezzi guanti di grossa lana in maglia.

—Sicuro! diceva essa tutto ingrognata; il signor Marone ha detto che passerebbe quest'oggi senza fallo… e non ci manca di certo… e vuol essere pagato, quell'impostore birbone… e tu sai che uomo egli è!… E tu stai lì colle mani in tasca come un melenso che tu sei; e noi ci toccherà andar nella strada con questo bel caldo… e me mi converrà trascinarmi dietro e portarmi in collo i bambini ed andare accattonando, che Dio ti… Uh! me la faresti dire.

Antonio chinava il capo e camminava più lesto.

Il bambino, cui la mamma avea cessato di cullare e che non sentiva più la cantilena della ninna nanna, si cacciava a strillare: i due più grandicelli, rincorrendosi l'un l'altro, rovesciavano una seggiola e finivano di romperle una gamba.

—Eh! vuoi tacere! esclamava impazientita Rosina, ripigliando a dondolare rabbiosamente la culla, e tirando l'ago più rabbiosamente ancora: che sbraitatore è questo biricchino! E' mi vuol far diventar tisica… La li la lerà, la li la lerà… Volete finirla anche voi altri, sbarrazzini, che ora mi alzo e vi tocco il tempo io di santa ragione!… Dio buono! Ecco che mi hanno fracassato la sedia… Volete star fermi una santa volta!… Non avrete da colazione; ecco lì… La li la lerà, la li la lerà, la li là là.

I ragazzi, all'intemerata materna, si guardavano per di sotto tra di loro, timorosi, e quietavano un poco; il bambino cullato, sentendo ripresa la cantilena, cessava dal piangere; succedeva un istante di tranquillità.