—Va bene, disse Bancone: fatemi venire il cassiere.

Gustavo andò alla scrivania, vicino alla quale, nella parete, ad arrivo di mano di chi ci fosse seduto vi erano parecchi bottoncini di metallo dorato; ma prima che ci arrivasse, Marone disse con vivacità:

—Scusi… Una delle cose che più mi secchino è d'esser tenuto per ricco dalla gente… Non lo sono diffatti… Ho qualche ben di Dio, gli è vero, ma ci ho tante passività, tanti imbarazzi!… Eppure ci sono già certi animali che vanno susurrando ch'io ho dei tesori… Se si venisse ancora a sapere ch'io riscuoto da lei novantamila lire.

—Che cosa ne vuole conchiudere? dimandò con impazienza Bancone.

—Che meno sarebbero le persone che conoscessero questo fatto e più l'avrei caro.

—Il mio cassiere non è un ciarlone, disse asciutto il banchiere; e fece segno a Pannini chiamasse senz'altro chi gli aveva detto.

Gustavo premette uno di quei bottoncini di metallo, e un campanello risuonò sopra la testa del cassiere.

Di lì a un minuto s'udì nella stanza vicina il passo lento e pesante d'un uomo, o poi la porta s'aprì e comparve la faccia stupida ma onesta del signor Busca.

—Venite qua, Bernardo, disse il banchiere. Potreste oggi stesso, o domani, pagare la somma di novantamila lire?

Il cassiere allargo i suoi occhi di vetro e rispose colla sua voce monotona: