—Come sarebbe a dire? gridò essa venendo incontro al padrone di casa, con mossa quasi minacciante. Gli è a noi che fa di questi bei complimenti lei, brutto muso da torcicollo?…

—Oh, là, là! esclamò Marone diventando rosso sino alla fronte.

Antonio che offeso dalle parole di Marone voleva pure rimbeccarlo di proposito, antivenuto dall'uscita dalla moglie, pensò all'incontro suo dovere di adoperarsi a calmarla.

—Via, via, Rosina, bada alle tue parole per amor di Dio!

Ma la donna allontanandolo da sè con uno spintone:

—Eh lasciami stare, pan bollito che tu sei. Non senti le belle giuggiole che ci dà a succiare questo signor dabbene? E te le vuoi pigliare come confetti, tutto rimminchionito, che il cielo ti dia il limbo degl'innocenti!… Lasciami vuotare un po' il sacco, o schiatto.

E si rivolse di bel nuovo al padrone di casa.

Ma questi in quel punto medesimo apparve preso da una grande meraviglia. Un suo sguardo era caduto sopra il quadro dalla cornice dorata di cui s'è fatto cenno nel capitolo precedente; egli s'era fermato di botto e stava esaminandolo attentamente; poi passo a passo, come attirato da vivissima curiosità, non badando gran che alle parole della Rosina, si venne raccostando al luogo dove il quadro era appiccato alla parete.

E la Rosina colle mani in sui fianchi sbraitava inviperita:

—Ah, noi siamo infingardi, lei dice; noi siamo oziosi, noi siamo birbanti da mazzate, al suo garbato avviso! E perchè lei ha avuto la fortuna, chi sa come! di acciuffare, chi sa per che verso, la ricchezza, ci ha da trattar noi come scalzagatti e mascalzoni, che infatti in fatti poi, de' signori in giubba ne valiamo le dozzine!