«Non puoi credere l'impressione che quel racconto fece su di me. Erano diciasette anni che quel delitto era successo. Quel bambino aveva dunque press'a poco la mia età; e mi domandavo, come faceva il feroce mio compagno di carcere, che cosa mai poteva essere avvenuto di lui, che vita, che sorte fossero le sue. Figliolo d'un tal padre! Non era ella una disgrazia peggiore che quella di non aver padre nessuno? Ma almeno egli non sapeva questa sua disavventura, e l'uomo che aveva fattolo rubare alle carezze della madre gli aveva forse creata una esistenza onorata e tranquilla. Pensavo a quella povera madre, e pareva anche a me udire le ultime parole arrangolate, pronunziate dalla morente: rendimi mio figlio!
«E di botto mi veniva alla mente il pensiero di quell'aerea forma che mi appariva di quando in quando, e ch'io m'era avvezzo a chiamar mia madre. Ella pure forse era stata da me disgiunta; e come? e chi sa con quanto dolore?
«Quegli che più di proposito aveva assunto l'impresa di volgermi decisivamente al male, era Graffigna. Si piaceva ad istillarmi ogni sorta di infami insegnamenti: come si concepiscono, si meditano, si preparano, si compiono i delitti. Era maestro in quest'arte sciagurata. Niuno meglio di lui sapeva far nascere le occasioni da un lato e fare sparir gl'indizi del fatto dall'altro. Aveva ridotto la cosa ad un giuoco di combinazioni che presentava la sua attrattiva come ogni lotta in cui l'attività e l'acutezza della mente s'impiegano più che le forze del corpo.
«A me poi, col serrato argomentare d'una logica inesorabile, voleva persuadere che ad ogni costo io doveva essere e sarei stato uno dei loro. Secondo lui, tutti gli uomini nascevano colle medesime disposizioni press'a poco; a gettarli di di qua o di là di quella linea ideale che separa nel mondo quelli che si chiamano galantuomini da quelli che si chiamano furfanti e che sono perseguitati dal codice penale, non è altro che il particolare presentarsi delle circostanze; in una sola parola, il caso. Per me questo giudice supremo aveva già pronunziato irrevocabilmente, ed avevo da appartenere di necessità alla schiera dei birbanti. Fossi non fossi reo di quel primo delitto, non montava nulla. Avevo assaggiato del carcere, e questo bastava per imprimermi il carattere indelebile d'individuo pericoloso alla società e condannato al bando dai cosidetti onesti. Uscito di là non avrei trovato più nè una mano che mi si tendesse, nè un pezzo di pane in compenso del mio lavoro; la sedicente virtù mi avrebbe chiuso la porta in faccia e lasciatomi dappertutto sul selciato a morir di fame, avrei dovuto riparare ad ogni modo nelle file dei reietti, e tanto valeva che di subito m'imbrancassi con loro. Ero povero, solo al mondo e colla nota di bastardo. La sorte mi aveva gettato in mezzo al genere umano precisamente apposta per accrescere d'una recluta l'esercito dei ribelli alla tirannia sociale: quello era il mio destino; uomo nessuno si può sottrarre al suo destino, ed io, avessi fatto qualunque cosa, avrei dovuto pur sempre soggiacere ai decreti di esso.
«Le parole di quell'uomo mi confondevano la mente; sentivo con terrore in me l'impotenza di rispondere alle sue ragioni, di respingere l'influsso che m'invadeva del suo dire. Delle volte mi nasceva la tentazione di esclamare: ebben sì, sarò dei vostri; e tenuissimo era l'ostacolo di ripugnanza interiore che tuttavia me ne tratteneva. Spesso mi sentivo agitato come da una battaglia che si combattesse nell'animo mio: poi ad un tratto ero lasso e fastidito, e parevami che, presa una volta la decisione di essere ciò che erano tutti coloro che mi attorniavano, sarei stato più tranquillo. Anche la ingiustizia del trattamento che soffrivo, io innocente, mi destava talora dei veri parossismi di sdegno. Provavo un odio accanito contro chi mi aveva procurato codesto immeritato supplizio; e Graffigna mi apprendeva che questo cotale era tutta la società, era l'ordinamento delle cose fatto apposta per rassicurare tutti quelli che possedevano e che si chiamavano onesti, ed opprimere coloro che non avevano nulla e che i primi avevano battezzato per mariuoli.
«Te lo confesso schiettamente: stavo per cedere. Mi sentivo male. Il passare così ad un tratto dalla vita aperta dei campi all'aria impura di quel luogo chiuso dove si respirava in tanti: la passione stessa della mia anima combattuta, la rabbia, il dolore, la vergogna avevano scosso la mia salute già cagionevole fin dall'infanzia. Da più giorni mi ricorreva periodicamente una febbre che ad ogni volta si faceva più forte. Non dicevo nulla ma mi sentivo consumare la vita. Non potevo mangiar più neppure un boccone; avevo una sete inestinguibile e non avrei fatto che bere. I miei compagni che mangiavano la mia porzione si guardavan bene dal dirmi ammalato ai custodi: io nè voleva, nè osava parlare; nè pure ci pensavo. Quando l'accesso mi prendeva, avevo delle trafitture qui nel capo che mi pareva mi piantassero delle sottili lame arroventate traverso l'osso del cranio ed alle tempia a penetrarmi entro il cervello. Delle cose che mi attorniavano e di me stesso e del mio stato, avevo e non avevo coscienza. Le impressioni perduravano, ma non erano più esatte. I rumori e la vista degli oggetti a volta a volta mi tornavano velati, come lontani, come traverso ad una nebbia, oppure mi rispiccavano più vivi, più forti, destandomi una sensibilità quasi dolorosa. Perdevo in certi momenti la idea del tempo; tutto mi si confondeva in un tratto il mio passato a farmisi presente, e vivere in un attimo una serie d'anni; poscia quella confusione svaniva a lasciar sorgere più netta l'idea dello stato in cui mi trovavo; ed allora mi sentivo veramente a soffrire.
«In uno di questi accessi tutti i discorsi tenutimi da Graffigna mi sfilarono innanzi come incarnati in certe figure di persone che mi sembrava mi sorridessero, mi ammiccassero, mi chiamassero a sè passando. Ciascuno aveva la sua fisionomia propria, e mi guardavano molto onestamente, con aria d'interesse e con faccia d'amici. Li salutavo quasi con affezione, e siccome essi parevano invitarmi ad andar con essi loro, io mi drizzai sul mio giaciglio, pronto a seguirli e recarmi dal demonio tentatore a dirgli: sono cosa vostra.
«Ma ecco, di colpo, appena levatomi a sedere, tutta quella fantasmagoria sparire. D'improvviso io mi sentii libero il capo e chiara la mente; parvemi che un fresco alito mi ventasse sulla fronte a calmare il tumulto del mio sangue: provai un senso subitaneo di sollievo e di benessere; sentii che riprendevo per l'affatto il possesso della mia volontà e della mia intelligenza; mi trovai — te lo assicuro — nello stato medesimo di lucidità in cui sono al presente.
«Anche allora era sull'imbrunire. Il lume non era ancora stato acceso ed un'oscurità quasi piena ottenebrava il camerone. Innanzi a me, dritta ai piedi del mio pagliericcio, diffondendo intorno a sè una specie di debolissimo chiarore, stava quella forma incorporea di donna, stava lo spirito che da qualche tempo già non mi era più apparso. Benchè sempre incerte ne vedessi le sembianze, parvemi tuttavia che in esse fossevi una espressione di mestizia e di rimprovero. Io tesi le mani verso di lei e mandai una esclamazione. Ella si chinò allora verso di me; sembrommi che qualche parola pronunziasse, ch'io pure non potei afferrare; si volse alla parte dov'erano nell'ombra Graffigna e Stracciaferro e scosse la testa e fece un atto imperiosamente negativo colle mani, come per dirmi a loro non m'accostassi; poi si pose la destra sul petto, quasi volendo indicarmi, son io che te lo comando, io che te ne prego, e disparve.
«Parvemi che il buio della stanza si facesse maggiore. Fui per chiedere ai miei vicini se nulla avessero visto; ma poi questa mi parve quasi una profanazione e mi tacqui. Mi lasciai ricadere sul mio giaciglio, tutto riconfortato dell'anima. Questa benefica apparizione aveva fugate quelle perniciose della febbre: i sofismi di Graffigna erano vinti dalla sola presenza manifestatasi del mio buono spirito. Stetti più cheto, con una nuova tranquillità quale non avevo più da tempo gustata, e poco stante mi addormentai.