— Oh oh! sentite che tono, la signora marchesa! Con noi non si degna!... Allora date retta ad un mio consiglio, Paolina, e sarà il vostro meglio. Alzate i tacchi, e non seccateci più la gloria.

Paolina tornò rivolgersi al marito, senza dare a Marcaccio altra risposta.

— Vieni, diss'ella nuovamente con supplichevole accento. È tardi. Sai che gli è fin dal primo imbrunire che ti attendiamo... Sono i tuoi figliuoli che ti attendono... Tu dovevi venirci a portare i denari della cena... E non sei venuto; e mentre tu stavi qui a sbevazzare, mentre ci sei, i tuoi figliuoli hanno fame...

Andrea si passò la mano sulla fronte che incominciava a diventar calva, e stette così un poco, come per raccogliere le sue sparse e confuse idee.

— I miei figliuoli hanno fame: ripetè egli poi con accento doloroso, come se quelle tremende parole avessero avuto potenza di farlo rientrare in sè.

Marcaccio si mise a canterellare sull'aria d'una sconcia canzone de' trivii.

— La la le ralà! Ci siamo colla solita storia... Hanno fame? Vadano a letto. Chi dorme mangia, dice il proverbio... E ci lascino tranquilli.

Queste ciniche parole, però, non parvero andare compiutamente a' versi ad Andrea, per quanto ebbro egli fosse.

— I miei figli! Balbettò esso. I miei poveri figli!

— Sì, i tuoi figli: riprese Marcaccio. Ecco lì il bel gusto di caricarsi d'una famiglia. Si ha una frotta di marmocchi che vi strillano alle orecchie e una donna che vi tien dietro e vi sta addosso come una mignatta..... Che cosa hai tu da fare pei tuoi figli? Hai tu denaro in tasca da recar loro?