Il meno giovane, che era presso a compire i sei lustri, aveva nome Romualdo. Viveva modestamente d'un piccolo patrimonio lasciatogli dal padre, ch'egli con alcune follie di gioventù aveva alquanto sminuito, ma che bastava pur tuttavia ai gusti rimessi che aveva acquistati colla disillusione nelle cose della vita. Aiutava uno degli amici (il quale stava appunto in quel momento seduto alla sua destra), in qualche lavoro letterario, onde questi cercava alcuno stentato guadagno.

Quest'amico, per nome Giovanni Selva, era un bello, robusto ed aitante giovane, bruno di carnagione, d'occhi, di capelli, alto di persona, di atletiche membra, di franco, gaio e simpatico aspetto. Come Romualdo e come Francesco Benda, che abbiamo lasciato al ballo dell'Accademia Filarmonica, era avvocato, e tutti tre s'erano conosciuti e fatti amici intrinseci all'Università, benchè Romualdo fosse di alcuni anni più attempato e quindi più innanzi negli studi.

Giovanni Selva apparteneva ad un'agiata famiglia borghese, ma se n'era e viveva separato per dissensioni profonde colla madre, vecchia bigotta tutta in mano d'un intrigante di confessore, la quale per far guadagnare al figliuolo la vita del paradiso si era impuntata a fargli intollerabile quella della terra.

Messo fuor di casa dall'influenza d'un cattivo prete e d'un tristo fratello, senza sovvenzione alcuna, Giovanni s'era trovato nel caso di dovere trar profitto dal suo lavoro personale. Avea dapprima voluto provare il mestiere dell'avvocato: ma dalle tasche polverose degli atti di lite non aveva tardato ad allontanarlo la faccia arcigna della noia. Allora s'era abbandonato all'aggradevole, ma poco fruttuosa occupazione della poesia e delle lettere.

— Che vuoi tu? (Quando s'incontrarono, disse a Romualdo, Giovanni con quel suo piglio scherzoso e vivace che era una delle sue maggiori attrattive.) Mia madre ed io non c'intendevamo. Era un concerto di strumenti discordi; ho pensato meglio di romperlo per amore dell'armonia... domestica. Ho lasciato le soglie materne consolate dalla santità di mio fratello teologo, e mi sono ridotto sul monte Aventino. Tu sei solo ed io pure. Andiamo insieme. Uniamoci contro il nemico comune, che sono le difficoltà della vita, troviamoci insieme la nostra strada; andremo per essa a braccia intrecciate, lavorando di compagnia, da buoni fratelli, al conquisto dell'avvenire.

Un terzo dei loro amici, ed era appunto quello che stava con essi quella tal sera di cui vi narro, aveva preso moglie, teneva in affitto un quartiere, di cui poteva cedere la maggior parte ai due compagni, e deliberarono vivere tutti insieme che sarebbe un gusto ed una economia. Questo terzo amico si chiamava Antonio Vanardi e faceva il pittore. Ancor egli era un profugo della famiglia. Possedeva uno zio ricco e droghiere nel quale si era tutta concentrata l'autorità domestica verso di lui. Lo zio aveva pensato dapprima, per ambizione, fare di Antonio un avvocato come tanti altri; e mandandolo a quest'uopo all'Università gli aveva dato occasione di stringere amicizia con Romualdo, con Giovanni Selva e con Francesco Benda; ma il buon Antonio, per quanta buona volontà ci mettesse, non era riuscito mai di farsi entrare in capo un bricciolo di Diritto romano; onde battuto tre volte di seguito alla prova degli esami, avea dovuto rinunziare alla toga dottorale con gran dispetto e disappunto del bravo zio droghiere.

Non potendo farne un Cicerone, il buon zio sperò almeno che Antonio diventerebbe un valente venditore di droghe e robe vive. Niente affatto: quel pazzerello s'era cacciato in testa di voler essere artista e di fare il pittore. Il nipote era testardo e lo zio più testardo ancora. Il primo fu scacciato di casa; ed egli corse allegramente a riparare in una soffitta colla tavolozza e coi pennelli. Forse la collera dello zio non avrebbe tardato a placarsi, se quel benedetto figliuolo non l'avesse rinfocolata con un'altra ed a senno dello zio assai peggiore pazzia: quella di sposare una povera fanciulla, che non aveva un soldo di dote e lavorava colle sue sante dita per vivere. Il droghiere, al colmo dello sdegno, aveva giurato che non avrebbe più perdonato ad Antonio, che non l'avrebbe più voluto veder mai, e finora aveva mantenuto il suo giuramento.

Francesco Benda, come ho già detto, non ostante il suo modo signorile di vita, non aveva scemato d'un punto l'amicizia che lo congiungeva a questi tre compagni, e veniva di spesso a visitarli.

Così vivevano essi, la moglie di Vanardi, che si chiamava Rosa, una buona creatura tutto ciarla e tutto cuore, facendo da donna di casa per tutti; quando un mattino Romualdo, entrato di buon'ora nella stanza di Selva, che non avea visto tornare la sera innanzi, lo trovò seduto al capezzale del proprio letto, sostenendo amorosamente colle mani la testa abbandonata d'un giacente a volto sparuto, il cui sonno l'irrequietudine soltanto distingueva dall'apparenza della morte.

Romualdo stupito fu per muovere un'interrogazione, e Giovanni fattogli cenno tacesse, depose con attenzione sovra i cuscini il capo ardente dell'addormentato e disse sotto voce: