Mentre Mario cogli occhi bendati era condotto via dal tristo che serviva da domestico a Gian-Luigi, questi gli tenne dietro collo sguardo, finchè spari del tutto nella tenebra della galleria che conduceva alla taverna.
— Un nobile carattere, sì: diceva egli fra sè: un'anima generosissima in cui albergano i più elevati sentimenti; ma conosce egli, codestui, gli uomini ed il mondo? Ma con tanta riguardosa coscienza, a che si riesce?
Crollò le spalle e fece il suo sogghigno più ironico e più scettico.
— Stolti! Soggiunse il capo della cocca. Stolti che vengono da noi, che chiamano il nostro aiuto e credono, a battaglia vinta, misurarci la parte della torta. Ma per Iddio! se vinceremo, i padroni saremo noi... sarò io!!
Si drizzò della persona e gettò nello spazio quello sguardo di dominazione che Maurilio al villaggio gli aveva già visto gettare sulla lontana città, quando s'apprestava a venire in essa per conquistarsi la supremazia sociale.
Stette alquanto così, in quell'attitudine fiera e superba: poi si riscosse e volse gli occhi fiammanti verso la galleria per cui era partilo Mario Tiburzio; un passo trascinante vi si fece sentire e nella penombra del Cafarnao apparve il profilo asciutto e la persona curva di Jacob Arom, il vecchio rigattiere ebreo.
Era il ritratto dell'avarizia e della viltà, colle sembianze d'una sordida miseria. In forme e panni maschili, l'accompagnatura della schifosa figura della Gattona. Il naso adunco in quel volto osseo e magro, a zigomi sporgenti ed occhi incassati, ricordava il becco d'un uccello da rapina; la bocca sdentata rientrava nelle mascelle incavando ai due lati della faccia un avvallamento pieno di rughe; piccolo, a spalle strette, a petto incurvato, a membra gracili, Jacob camminava a corti passi, senza far rumore, guardando in terra dove sembrava sempre cercar qualche cosa, respirando in modo particolare, quasi affannoso, tra il sospiro ed il gemito. Parlando aveva la voce debole e rauca e quell'accento tra gutturale e nasale che è carattere del popolo israelita, esagerato nella feccia di quella povera razza dispersa. Sopra una spalla portava accavallati due o tre abiti logori; in mano un ombrello di stoffa di cotone.
Appena lo vide, Quercia gli gridò col tono d'un padrone non benigno ad un cane in disgrazia:
— Avanzati un po' qua, vecchio scellerato, apri le orecchie, e sta pronto a dir sì, senza tanti discorsi, chè tu sai come a me non piacciano gl'indugi delle parole inutili, e ti avviso inoltre che al presente ho molta fretta.
Jacob tirò giù il suo cappello frusto, unto e bisunto, tutto bozze ed ammaccature, e scoprì un capo arruffato con foltissimi capelli corti, ricciuti, che parevano, per forma e per colore, la lana delle pecore in montagna, quando la piova da lungo tempo non è più venuta a lavarla.